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martedì 15 gennaio 2019

172. RECENSIONE57: Il paese dei camini spenti by Sdang!






Siamo al terzo appuntamento con gli Sdang! (Nicola Panteghini e Alessandro Pedretti), duo strumentale chitarra-batteria bresciano che, dopo l'Ep autoprodotto degli esordi (Il giorno delle altalene) e il 6 tracce successivo (La malincoia delle Fate) esce a dicembre 2018 con un nuovo, splendido album, dall'ennesimo titolo suggestivo: Il paese dei camini spenti. Un'opera discografica completa di 11 tracce in cui si sedimenta l'estetica degli Sdang!: tecnica al servizio dell'ascolto, generi freddi e schematici (math rock) ammorbiditi da una forte presenza di melodia e repentini ma intriganti cambi prog.

Questro concept album, come i precedenti, volge lo sguardo al passato, alla spensieratezza dell'infanzia, alla magia delle fiabe, con ulteriore nostalgia, in questo caso, nei confronti di un glorioso seppur umile passato che è destinato ad essere fagocitato dal moderno che avanza. Parla anche della nostra mente e della capacità di mantenerla sana e positivamente attiva. Il pacchetto di cerini che, con il medesimo artwork della cover, viene presentato in allegato all'album, ci invita simbolicamente a riaccendere tutti i nostri ricordi spenti e a mantenere viva la fiamma della vita stessa.

Interessante il video costruito attorno alla settima traccia dell'album, "Teleferica al chiaro di luna", realizzato con immagini di repertorio gentilmente concesse dall'Archivio Storico Cinema d’Impresa di Ivrea. L'artwork, questa volta sganciato dalla grafica fumettistica (ma concettualmente legato da un punto di vista del colore), è stato invece elaborato dagli stessi Sdang! in concerto con Milena Berta mentre le etichette indipendenti a supporto del disco sono la riconfermata DreaminGorilla e la nuova alleata Edison Box. 

Per ogni approfondimento sulla carriera del duo o sulle etichette di cui sopra, come per accedere all'intervista a Nicola ed Alessandro, rimando all'articolo completo, appena pubblicato, mentre in questa sede ci addentriamo nei dettagli tecnici dell'album e alla sua recensione a firma Mali Yea, chitarrista del duo reggiano Anice.


Video:
"Il campanile oltre la nebbia" https://youtu.be/D_2aiZWRq74

Contatti Band:


Il paese dei camini spenti credits:
Gli Sdang! sono:
Nicola Panteghini (chitarre, batteria elettronica, bass synth) e
Alessandro Pedretti (batteria, percussioni, pianoforte, glockenspiel, filed recording)
Con la partecipazione di:
Superdownhome: batteria e cigar box in "Il meccanismo dell'orologio"
Claudia Ferretti: voce in "Tre vecchie streghe"
Fidel Fogaroli: Korg Sigma, Fender Rhodes e Siel Orchestra 2 in "Tre vecchie streghe" e
"Teleferica al chiaro di luna"
Ronnie Amighetti: synth in "Estate - Cartolina"
Francesco Venturini: tromba in "Ruggine sul mulino ad acqua"
Pierangelo Taboni: pianoforte in "In assenza di nuvole"
Scritto e suonato da Sdang!
Prodotto da Sdang! e Ronnie Amighetti
Registrato e mixato da Ronnie Amighetti @La Casa del Bao, Prevalle (BS) a febbraio/marzo 2018
Masterizzato da Daniele Salodini @Woodpecker Studio (BS)
Pubblicato nel Dicembre 2018
Coprodotto da DreaminGorilla ed Edison Box
Artwork by Sdang! e Milena Berta


Qui lo ascolti

Il paese dei camini spenti 2018
DreaminGorilla, Edison Box
(PostRock, MathRock, Prog)

1. Il paese dei camini spenti
2. Il campanile oltre la nebbia
3. Forse dopo cena verrà la neve
4. Il meccanismo dell'orologio
5. Tre vecchie streghe
6. Estate -Cartolina
7. Teleferica al chiaro di luna
8. Ruggine sul mulino ad acqua
9. Quando le donne stavano ai lavatoi
10. La festa di San Sebastiano
11. In assenza di nuvole

RECENSIONE
SDANG! "Il paese dei camini spenti"
Lp 2018 DreaminGorilla, Edison Box

Terzo album per il duo chitarra e batteria bresciano, nel 2018 gli Sdang! rompono il silenzio aggiungendo un altro capitolo alla loro personale discografia. A distanza di 2 anni dal precedente lavoro intitolato “La malinconia delle fate”, Alessandro Pedretti e Nicola Panteghini, sostenuti dalle etichette EdisonBox Records e DreaminGorilla Records, confezionano con cura “Il paese dei camini spenti”, opera strumentale dal nome particolarmente evocativo. Altrettanto suggestivi i titoli delle 11 tracks che vanno a comporre questo concept album caratterizzato da un sound limpido e piacevolmente privo d’orpelli.

L’aspirazione è quella di richiamare alla mente, attraverso una mirata scelta dei titoli, storie e visioni di un’altra epoca, un immaginario bucolico che si perde tra le spire del tempo, vecchi scatti in bianco e nero pervasi d’inconsolabile nostalgia.

Al di là del fatto che i brani in questione raggiungano o meno l’obiettivo sopracitato, l’ultima fatica degli Sdang! restituisce una certa freschezza, malgrado gli ingredienti della ricetta siano sdoganati da tempo, infatti è facile captare nel background dei due musicisti bresciani evidenti influenze Math Rock e molto altro ancora, il loro bagaglio stilistico è ampio e spazia in maniera generosa dalla Prog alle oniriche atmosfere proprie del Post Rock, dal Jazz al Southern Rock, dal Blues fino ad arrivare a sonorità più ruvide prossime al Metal.

L’album apre con l’omonima title track che in sostanza non è altro che un breve intro fatto di crepitii di legna che arde, per l’appunto in un camino, e note lievi di pianoforte in sottofondo. Il cambio è radicale e si passa repentinamente a “Il campanile oltre la nebbia”, brano mordace che senza mezze misure lascia intuire le reali intenzioni della band. La tensione cala col seguire di “Forse dopo cena verrà la neve”, narcotico brano che fluttua tra antitetici stati d’animo. “Il meccanismo dell’orologio” invece spiazza un po’, nell’accezione negativa del termine, lasciando in bocca quel retrogusto che ricorda alla lontana, azzarderei dire, qualcosa di già digerito dei Lynyrd Skynyrd. “Tre vecchie streghe” al contrario alza il tiro, con un sound più erosivo e dai richiami nordici. Il resto prosegue agevolmente tra risalite psichedeliche che trasudano nel brano intitolato “Teleferica al chiaro di luna” e atmosfere dichiaratamente jazz alla Miles Davis in “Ruggine sul mulino ad acqua”…

Altro dettaglio che potrebbe risultare marginale ma che in realtà non lo è affatto, è la scelta di accompagnare il CD con una piccola confezione di fiammiferi, coordinati graficamente con la copertina dell’album, soluzione che personalmente ho trovato alquanto commovente.

Mali Yea


Articolo ad opera di Giusy Elle


171. La nostalgia degli SDANG!


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INTRO
Bentrovati lettori di Edp in questo nuovo 2019! Pronti ad affrontare un altro anno assieme, carichi di album da ascoltare, video da assaporare, nuovi duo da scoprire? Noi sì, e così iniziamo con il botto, anzi... con il punto esclamativo! Sì perché la band di oggi, che approfondiamo per ben la terza volta nel suo percorso, è un duo tosto e deciso e quel punto esclamativo, alla fine del nome, sta proprio a sottolinearlo. Splendida proposta quella degli Sdang!, che andiamo ad analizzare grazie al nuovo album, di recentissima uscita: Il paese dei camini spenti...

AGGIORNAMENTO
Nicola Panteghini e Alessandro Pedretti vengono da Brescia, suonano a livello professionale e sono stati per anni un'abbinata fissa all'interno della band I Giuradei. A un certo punto della loro carriera, in un momento di sosta tra i vari tour, i due si mettono a suonare da soli, quasi per gioco e, meraviglia delle meraviglie, tra bravura e feeling da amici, nascono cose belle, spunti interessanti su cui valeva la pena lavorarci... senza pensarci troppo, il duo era nato. Era il 2014 e in breve i ragazzi registrano un primo Ep, autoprodotto, per poter iniziare a suonare in giro e vedere come il progetto veniva recepito. Loro sono ancora qui per cui pare siano stati accolti alla grande, nei loro live, e come poteva essere diversamente? Tecnica e poesia sono un mix vincente, che caratterizza questo duo PostRock. Sì, gli Sdang! sono tecnicamente bravi, ci propongono il loro rock strumentale, venato di noise con divagazioni prog e incrudito dalle ritmiche schematiche math, eppure amano farci sognare con delle splendide ed evocative melodie. L'insieme li caratterizza e li propone nell'underground nazionale come uno dei più interessanti duo chitarra-batteria di questi ultimi anni.

Il giorno delle Altalene, La malinconia delle Fate e infine quest'anno Il paese dei Camini Spenti, sono le pubblicazioni discografiche del duo che si presentano con rapida regolarità. I titoli già ci delineano le atmosfere che i due vogliono dipingere: si tratta di concept album, a descrizione di nostalgiche memorie, secondo il motto: “raccontiamo storie senza parlare”. Lo sguardo è rivolto al passato, al periodo dell'infanzia, con i suoi giochi, le sue emozioni, il fantastico mondo delle fiabe, raccontate la sera prima di addormentarsi... Similmente l'ultimo album è un omaggio a un vecchio paese, ormai disabitato, come purtroppo molti nel nostro territorio nazionale. Un paese svuotato dalla presenza dei suoi abitanti, delle loro attività, del brusio delle loro chiacchiere... dai camini delle case, infatti, nessun fumo esce più... Ma il tutto è simbolico e ci invita a non demordere e a non lasciar spegnere il fuoco delle nostre memorie, della ricerca interiore, della vita stessa.

L'album, dalla cover semplice ma d'effetto, ci presenta uno sfondo rosso anticato con al centro un vecchio francobollo, come se ci giungesse una missiva da lontano, nello spazio e nel tempo, affrancandosi così dalla grafica fumettistica adottata fino ad ora per le varie cover. Sul francobollo una teleferica, simbolo della ormai passata modernità del villaggio e da cui un brano dell'album, il primo estratto a cui segue un video in tema. Realizzato semplicemente con immagini d'epoca, di proprietà dell’Archivio Nazionale Cinema d’Impresa di Ivrea, fa da sfondo, senza elaborazioni alcune, alla musica del duo. A corredo dell'album un piccolo ma graditissimo -nonché nostalgico- gadget: una confezione di vecchi cerini che ripropone l'artwork del disco, e che, molto simbolicamente, ci invita a riaccendere tutti i camini della nostra memoria. C'è quasi da commuoversi... 

Il paese dei Camini Spenti, 35 minuti per 11 tracce, gode del contributo di molti emeriti amici musicisti al suo interno e, dopo una carrellata di etichette indipendenti chiamate a raccolta per il disco precedente, esce grazie alla coproduzione della riconfermata DreaminGorilla e della nuova compagna di viaggio Edison Box. Già in tour per accendere i camini d'Italia, gli Sdang! approdano al disco con oltre 100 concerti macinati nell'anno precedente: molti in duo ed altri con al basso Colin Edwin (Porcupine Tree) grazie alla collaborazione imbastita dal batterista Pedretti nello splendido progetto denominato Endless Tapes. E nonostante l'uscita a fine anno (30 Novembre in formato digitale e 7 Dicembre per il fisico, in occasione del release party alla Latteria Molloy di Brescia -da cui un video) l'album è riuscito a sconquassare le classifiche di fine anno di molte riviste del settore: Il paese dei camini spenti compare infatti tra i 50 migliori dischi italiani secondo la classifica di Rockambula, e nientemeno che tra i primi 20 per Impatto Sonoro.

In conclusione, Il paese dei Camini Spenti è un album che fissa lo stile del duo, riconoscibile fin dalle prime note, e che mette la tecnica al servizio dell'estetica, della melodia e della fruibilità delle composizioni. Un album che andremo ad approfondire nel prossimo capitolo con la recensione del nostro collaboratore Mali Yea (Anice) mentre qui, dopo un breve excursus sulle etichette indipendenti a supporto del disco, procediamo con una bella chiacchierata tra noi di Edp, Nicola Panteghini e Alessandro Pedretti dell'interessante e maturo progetto a due bresciano Sdang!


"Teleferica al chiaro di luna"  Official Video
"Il campanile oltre la nebbia" @Latteria Molloy


LABELS
DreaminGorilla Records www.dreamingorillarecords.is
DGR nasce già nel 2005 a Savona ad opera di Francesco Cerisola ma il primo album viene pubblicato solo nel 2010 in quanto sopravvengono altre attività correlate al loro nome, quali l'organizzazione di concerti e la promozione delle band. Nel loro roster troviamo in coproduzione uno Split tra BOLOGNA VIOLENTA e i Surgical Beat Bros (duo elettro-pop da Roma con Fabio Recchia dei Germanotta Youth e Antonio Zitarelli, già batterista del duo sax-batteria Mombu), e l'ultimo lavoro in studio dei LEGNI VECCHI. Gli SDANG! si affidano a questa realtà discografica già dal loro secondo album La malinconia delle Fate ma vi troviamo anche gli ASINO con il disco Amore, i TRISTAN DA CUNHA per il loro Praia e Inerte del duo basso-batteria KA. www.facebook.com/dreamingorillarecords

Edison Box è un'etichetta indipendente con sede a Cuneo e Torino. Nasce nel 2006 come agenzia booking incentrata nella figura del fondatore Gabriele Grosso, per evolversi naturalmente in etichetta, sei anni dopo. Specializzata nella distribuzione on line, segue linee opposte alle comuni leggi di mercato supportando la cultura della condivisione (copyleft): distribuisce infatti i dischi dei propri artisti nei principali digital store nel formato free download.
Il paese dei camini spenti non è il primo lavoro di duo chitarra-batteria appoggiato dalla label poiché nel loro roster troviamo anche i NITRITONO (Panta Rei 2017) e i RINUNCI A SATANA? con il loro Blerum Blerum del 2018. https://www.facebook.com/edisonboxpage


INTERVISTA
1. Ciao Nicola e Alessandro, ormai questi spazi sono diventati un salotto dove ci incontriamo con regolarità... Bentornati quindi, anche perché ci portate delle belle novità! Un disco uscito da un mesetto e siete già in pieno tour promozionale: come si stanno svolgendo le date?
N: Tutto ok, grazie. Locali nuovi e vecchi, buona risposta del pubblico presente, un po’ di dischi venduti. Non ci possiamo lamentare.
A: Il 7 dicembre abbiamo presentato il nuovo disco “Il paese dei camini spenti” sul palco della Latteria Molloy a Brescia. Giocavamo in casa ed abbiamo colto l’occasione anche per suonare insieme agli ospiti che hanno dato il loro contributo su alcuni brani del disco. Fidel Fogaroli, Claudia Ferretti, Enrico Sauda e Francesco Venturini. La serata è stata documentato dal regista Silvano Richini che ha realizzato un videoclip, in uscita a breve.
Ci riteniamo molto soddisfatti dalle prime date. Il più delle volte abbiamo suonato davanti a persone attente e coinvolte.

2. Tre album e tre concetti molto simili: i titoli evocativi, degli album stessi quanto dei singoli brani, rimandano sempre al passato, all'infanzia, al ricordo di un mondo che non esiste più. Come mai questo continuo volgersi all'indietro, a quello che fu? Cos'è che fa voltare il capo? La nostalgia, la delusione del presente, le paure del futuro…
A: Aggiusterei l’osservazione dicendo che, piuttosto che guardarsi dietro, è più un guardarsi dentro.
La nostra musica suggerisce scenari introspettivi, dove sono ricordi o certe emozioni (“Forse dopo cena verrà la neve”, “Quando le donne stavano ai lavatoi”) a riaffiorare liberamente sotto una luce nuova. Questo succede (penso) perché è una musica che nasce istintivamente, dall’incontro di me e Nicola improvvisando in sala prove. Successivamente viene elaborata, pensata nel minimo dettaglio e infine, sia in fase di registrazione del disco che dal vivo, sprigionata totalmente. La musica di Sdang! contiene in sé istinto puro, maniacalità e tanta energia. Quindi niente sguardi verso il passato, piuttosto una rielaborazione energetica di quello che fu.

3. Quando avete pensato a questo nuovo concept da sviluppare ne Il paese dei camini spenti, avevate in mente un luogo preciso, un paese realmente esistito e poi col tempo svuotato della sua vita, oppure si tratta di un villaggio simbolico, a rappresentazione di un mondo che si spopola e di epoche che chiedono realtà diverse? Oppure, ancora, è simbolo del tempo che passa, si trasforma e abbandona il superfluo del passato?
N: Il concept non è mio ma di Alessandro. Lui è la mente dietro i titoli, la copertina e la gestione di queste cose. Io mi sono limitato magari a modificare qualcosa o dare la mia opinione in merito. In questo momento la mia idea in relazione al titolo di disco e pezzi è questa: il paese in realtà è la mente umana, fatta di tante cellule, gangli e terminazioni nervose, tante parti insomma che contribuiscono alla vita. A volta qualche cosa si inceppa, qualche camino si spegne e non funziona più… può iniziare una reazione a catena che porta al totale abbandono del paese (malfunzionamento generale dell’individuo), oppure qualcuno resiste e pian piano ritorna la serenità di sempre riscaldata dalle fiamme della vita. La vedo come una metafora della lotta tra individuo e malattia mentale, un tema molto delicato ma che mi sta molto a cuore.

4. Con il gadget allegato al disco, una scatola di cerini molto graziosa e nostalgica, volete suggerire il gesto di riaccendere e coltivare le proprie memorie quindi?
A: E’ un gadget in linea con il concept del disco e un augurio che ognuno lo possa usare come strumento di purificazione!
N: Riaccendere la propria serenità, la propria vita, ripartire. Ognuno deve poter riaccendere il proprio fiammifero, la propria fiammella con la quale alimentare un fuoco sempre più grande, il proprio fuoco interiore, senza far male a nessuno.

5. L'artwork di questo album, seppur semplice e minimalista, è elegante e di grande effetto. Vi siete sganciati dalla grafica fumettistica, alla fine…
A: Volevamo in qualche modo mantenere la serialità. L’abbiamo fatto sotto l’aspetto cromatico, scegliendo il colore rosso dopo il giallo de “Il giorno delle altalene” e il blu de”La malinconia delle fate”. L’idea dell’artwork realizzato da Milena Berta, mia compagna e artista, è nata il giorno in cui, a casa sua, abbiamo scovato un raccoglitore contente circa una ventina di buste di francobolli dei primi del novecento. Abbiamo pensato quindi di creare per “Il paese dei camini spenti” un francobollo ad hoc con riferimenti ai brani del disco. Ho contattato quindi Dolomite Franchi, un azienda bresciana che possiede una teleferica per il trasporto grezzo del materiale per ottenere il consenso dell’utilizzo della foto di copertina. Il francobollo contiene anche degli indizi. Munitevi di lente di ingrandimento per scovarli.
N: Siamo parecchio soddisfatti della riuscita dell’artwork, che abbiamo utilizzato anche per delle cartoline promozionali spedite ad una cinquantina di amici prima dell’uscita del disco.

6. Anche il video di "Teleferica al chiaro di luna" ha attinto a vecchie immagini di repertorio, ci raccontate come è nata l'idea di questo videoclip e come si è sviluppata?
A: E’ molto semplice, è la storia di due innamorati che ci hanno solo messo un po’ di tempo per incontrarsi! Cercando del materiale video per un progetto artistico (che sto seguendo sempre insieme a Milena riguardante la valorizzazione delle cave della Valle Camonica, Bs) sono incappato nel documentario di estrazione del marmo di Montecatini Terme, di proprietà dell’Archivio Nazionale Cinema d’Impresa di Ivrea. Mentre guardavo il video ascoltavo i provini del nuovo disco Sdang! e con immenso stupore notai che video e musica erano perfettamente sincronizzati.
Dopo lunghe mail, proposte e controproposte, sono riuscito a trovare un accordo con i proprietari del materiale per utilizzare le immagini. Così come la musica è stata suonata e mixata senza editing, non abbiamo fatto montaggio o editing nel video.

7. Mi pare che il duo Sdang!, partito come un gioco, una curiosità senza crederci troppo, stia diventando un progetto consolidato e ben inserito nel tessuto musicale underground nazionale. Ne siete consapevoli, soddisfatti, meravigliati? Quale sarebbe la vostra descrizione degli Sdang! in mezzo alla prolifica proposta di duo chitarra-batteria italiani, realtà che ormai conoscete molto bene?
A: Di strada ne abbiamo fatta, sia prima di Sdang! che durante. Ci piace suonare, sembra banale dirlo, ma è proprio cosi! Detto questo cerchiamo di trovare situazioni adatte alla nostra proposta che in sé ha solo bisogno di ascolto. Evitiamo spesso di parlare di generi o etichette.
Il motto “Raccontiamo storie senza parlare”, parla chiaro. Siamo in due ma ci piace ragionare come gruppo e il nostro punto di forza è quello di voler comporre ottima musica, ben suonata sfruttando le nostre caratteristiche, la nostra esperienza e limando i nostri limiti tramite una chitarra e una batteria.
N: Siamo un duo per necessità. In realtà credo che la nostra aspirazione sia uscire dal contesto underground, pur essendo ben consci che non è PROBABILE, data la nostra proposta. Facciamo funzionare al meglio quello che facciamo tra date e vendita dischi, al nostro livello, senza pisciare fuori dal vaso. Poi Alessandro lavora costantemente in modo che succeda qualcosa di più e che ci si apra qualche spiraglio diverso. Personalmente ho vissuto l’underground quando suonavo Metal un po’ di anni fa. Il concetto stesso di underground non mi è mai piaciuto troppo perché tende a legittimare concetti che non mi hanno mai trovato d’accordo… insomma, come se suonare per pochi, in posti discutibili, zero soldi, facendo cose esclusive, estreme e anche un po’ pallose fosse una bandiera da esibire. Noi tendiamo a farci rispettare per quello che siamo (due musici professionisti) evitando il più possibile il rischio di tirarsela, evitando situazioni inadatte.

8. Siete partiti con un Ep autoprodotto, per vedere come la proposta funzionava. Siete poi passati al supporto di una cordata di etichette indipendenti per fermarvi ora alla scelta più mirata di due singole labels. Qual è il rapporto che vi lega a queste realtà, come le avete scelte tra le numerose proposte del settore?
A: Un progetto come il nostro vive di rapporti veri. Noi facciamo musica e cerchiamo di farla conoscere nella maniera più pulita possibile. Dreaminggorilla ha lavorato molto bene con noi con il disco precedente e Edisonbox è una realtà che sforna parecchie novità discografiche interessanti. Abbiamo scelto loro perché credono seriamente nel progetto.
Conta poi che molta della distribuzione dei dischi, al nostro livello, la si fa ai concerti, perché è l’unico modo per farsi realmente conoscere, per come suoni e non per come ti “immaginano”. Ci tengo quindi a ripetere, e consiglio a molti artisti giovani, di cercare rapporti veri, di stima reciproca, prima di mandare la propria musica in mano a mercenari di serie b (in zona retrocessione).
N: Le nostre attuali etichette ci hanno dato una mano a distribuire il disco fisico e digitale, si tratta di unire i nostri contatti per far funzionare meglio la cosa. Per quel che riguarda le etichette ne abbiamo sentite tante ricevendo tanti rifiuti cortesi o proposte non adatte, è normale, con così tanta gente che butta fuori dischi sul nostro territorio.

9. Come organizzate i vostri tour? In maniera autonoma o con l'appoggio di un'agenzia specializzata?
A: Proseguendo il discorso iniziato sopra, chi meglio di te può sapere cosa vuoi ottenere? Ci mettiamo la faccia, scriviamo noi direttamente ai locali, passiamo ore al telefono e al computer.
E’ un lavoro tanto stressante quanto gratificante, anche perché poi, in questo modo, conosci persone con le quali fidelizzare e costruire un rapporto continuativo.
N: Le agenzie specializzate non esistono, o meglio, esistono ma lavorano bene solo con nomi grossi e già conosciuti, lasciando agli altri le briciole. Li capisco: è una realtà difficile e pure loro devono arrivare a fine mese. Per noi è molto reale il detto ‘chi fa da sé fa per tre’, nel nostro caso per trenta. Fa tutto Alessandro: tiene i contatti e organizza il tour, se si vuole suonare un po’ è l’unico modo, non siamo gli unici a fare così, siamo in compagnia di tanta gente che si autoproduce


Carissimi Nicola ed Alessandro, è sempre un piacere confrontarsi con voi. Dopo tre album ascoltati su fisico e tutti questi incontri virtuali, mi resta soltanto di incontrarvi ed ascoltarvi dal vivo! Spero che questo mio desiderio possa essere ben presto esaudito... Con Alessandro ci siamo già incontrati, in occasione di un'esibizione degli Scaab nella rassegna estiva che organizzo qui in Trentino, ma gli Sdang! mi mancano proprio... a presto quindi!!!! Mentre vi lascio al vostro tour e al nobile intento di riaccendere tutti i camini tristemente spenti delle nostre memorie... Grazie a voi e, certo, ci piacerebbe averti tra il pubblico, magari proprio in Trentino!

Link band


DISCOGRAFIA
IL PAESE DEI CAMINI SPENTI 2018, DreaminGorilla, Edison Box (PostRock, Math, Prog)

1.Il paese dei camini spenti 2.Il campanile oltre la nebbia 3.Forse dopo cena verrà la neve 4.Il meccanismo dell'orologio 5.Tre vecchie streghe 6.Estate -Cartolina 7.Teleferica al chiaro di luna 8.Ruggine sul mulino ad acqua 9.Quando le donne stavano ai lavatoi 10.La festa di San Sebastiano 11.In assenza di nuvole
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LA MALINCONIA DELLE FATE 2016, Acid Cosmonaut, Dreaming Gorilla Records, La Fornace Dischi, Taxi Driver Rec., Toten Schwan Rec.

1.Il primo giorno di scuola 2.Martina 3.Astronomica 4.Scrivimi una lettera tra nove anni 5.Cento metri all'arrivo 6.La malinconia delle fate

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IL GIORNO DELLE ALTALENE 2015, Autoprodotto (Metal, MathRock, Progressive)

1.Il giorno delle altalene 2.La notte di San Lorenzo 3.Metafisica 4.Autunno 5.Il ponte del diavolo





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Articolo e intervista ad opera di Giusy Elle


giovedì 27 dicembre 2018

170. ELENCO ARTICOLI 2018

ELENCO ARTICOLI Edp 2017


Anche il 2018 si è srotolato via, tra tante novità musicali, nuovi splendidi album, tour e festival estivi, ma anche duo che si sono formati, altri che hanno smesso per sempre, chissà... Noi di Edp abbiamo fornito il nostro contributo divulgativo presentando 4 duo per la prima volta (di cui anche basso-batteria! Di sicuro la novità dell'anno...) e 5 che invece abbiamo seguito nella loro carriera musicale. Di tutti abbiamo, come sempre, recensito gli album, grazie ai recensori Edp che si dedicano con passione alla causa. In totale quindi 9 recensioni di album oltre un live report. Un po' meno della media a cui eravamo abituati in altri tempi ma con una buona giustificazione...
In questi ultimi due anni ho avuto il piacere di organizzare e seguire "Quando l'Acqua incontra la Musica", una lunga rassegna musicale estiva in Valsugana (Trentino), al fronte del cui impegno ho dovuto sospendere l'attività Edp per ben 4 mesi estivi. Tenendo conto che questo stop mi ha dato però la possibilità di far suonare anche qualcuno dei nostri duo, o loro progetti paralleli, alla fine è tutto giustificato, vero?
Oggi, per tutti coloro che non hanno seguito regolarmente le nostre pubblicazioni, e come sempre in questo periodo di festività natalizie, vogliamo riassumere l'operato di un anno dandovi l'opportunità di aggiornarvi sul mondo dei duo elettrici. Cogliamo l'occasione di augurare a tutti una buona Festa di Capodanno e un 2019 pieno di tutta la splendida musica che ci fa emozionare, sognare e vivere in modo migliore.

ELENCO ARTICOLI 2018
I Nadsat (Michele Malaguti e Cesare Balboni) sono un duo strumentale bolognese con una parabola in costante ascesa. Usciti nel 2016 con un primo Ep d'ispirazione sci-fi, si sono in breve fatti influenzare da quella scena postcore e noise locale rappresentata al meglio dal combo chitarra-batteria Cani dei Portici. Con uno stile proprio, fatto di potenza e presenza scenica, si presentano ora maturi sui palchi nazionali ed europei nel corso di tutto il 2018 macinando chilometri di asfalto. Nella loro intervista parliamo dell'ultimo album, Crudo, uscito ad aprile dell'anno precedente, e della loro abilità nel miscelare sapientemente e con gran effetto violenza noisecore, metriche math e libertà jazzcore.
In attesa della pubblicazione del nuovo album, previsto per i primi mesi del 2019, rileggetevi intanto la loro storia e date un ascolto a quello che Crudo sapeva già offrire...
Ascolto e recensione a Crudo dei Nadsat, un disco molto grezzo e viscerale, come anticipato dal titolo, ma sapientemente architettato attorno a una complessa struttura personale fatta di un mix tra la violenza noisecore e le metriche dispari del math. Sul tutto s'infiltra un approccio free d'influenza jazzcore, dove dissonanze e mood totalmente libero si rivelano nei vari brani.
Recensione ad opera di Danilo 'Damage' Peccerella (Globetrotter) che ci conduce nei particolari del disco attraverso l'analisi delle 8 tracce.
Zolle, goliardico duo strumentale dalla provincia di Lodi (Marcello Bellina e Stefano Contardi). In questo secondo appuntamento parliamo del nuovo album, di tutti i video ad esso connessi che, in pieno stile Zolle, ci parlano del mondo di campagna, delle osterie e dei trattori... Un heavy metal/hard rock dall'incedere pesante e ripetitivo ma che assume nuova valenza nel corso dei loro live, un piccolo show che strappa il sorriso a tutti i presenti.
InFesta è il terzo lavoro discografico degli Zolle che, a cadenza biennale, dal 2012 ad oggi si presentano con un nuovo disco. Un incedere pesante per loro, senza essere doom, riff ripetitivi senza essere psych, musica quadrata senza essere necessariamente math... uno stile tutto personale, quello degli Zolle, che simpaticamente definiscono 'lard rock'... ci addentraimo nei meandri dell'album grazie alla presentazione di Giacomo Guidetti, bassita del duo bolognese Ka.
Interessante duo da Perugia (Marco Polito e Franco Pellicani), poco meno che strumentale. Mix di gran sonorità che ci presentano un combo maturo: momenti di calma alternati a furia noise, mentre Psichedelia, Kraut, Industrial, Math, Doom, Hardcoree Freejazz sono gli ingredienti che si mescolano come in un'interessante torta sonora... Alle soglie del nuovo album, li intervistiamo parlando intanto del loro 7 tracce pubblicato a luglio dello scorso anno.
Grazie alla penna di Luca Sabata (Karawane) entriamo nel complesso mondo musicale (seppur interpretato in maniera minimalista) dei Malatesta. Poche note ripetute, come in un mantra, ma con richiami colti, ci accompagnano per tutto l'album mentre urla, grida e rumori vocali sostituiscono la sezione del canto. 7 tracce che potrete ascoltare seguendo la recensione dettagliata del nostro collaboratore.
Cesare Businaro è uno dei pochissimi nostri collaboratori a non far parte di un duo. Anche lui chitarrista, è in realtà molto affascinato da questa line up tanto da rendersi disponibile per la causa. Interessante live report dei Nadsat che, in live nel milanese, vengono intervistati dal nostro Cesare il quale approfondisce in particolare il guitar rig di Michele Malaguti. Chicche per gli intenditori...
Duo strumentale da Pavia con un'interpretazione particolare della line-up chitarra-batteria. Suonano musica d'atmosfera, sospesa, mentre dipingono paesaggi sonori molto evocativi. Scoppi di energia intercalati a momenti di calma estatica, sullo stile dei Riminesi San Leo. Tristan da Cunha è l'isola abitata più remota al mondo e su questo concept i due costruiscono tutta la loro estetica.
Praia è il secondo album del duo, recensito qui dal nostro Giacomo Guidetti (bassista dei KA). Ascolto dell'album e accesso al video di presentazione.
Primo basso batteria presentato con dovizia di particolari qui all'Edp. In realtà lo strumento (a tre corde) è suonato come una chitarra e anche l'ampli usato da Robert Parker è stranamente di chitarra... lo studio particolare dei suoni è invece rivolto ad ottenere saturazione e distorsione fuzz senza usare alcun pedalino, soltanto con l'accurata scelta dei suoni... leggere per credere... e per approfondire i dettagli. Il duo da Bari è da sempre interessato alla fantascienza e ai generi cinematografici giapponesi dei supereroi da cui prendono il nome, tanto da incentrare tutta la filosofia del duo su questo concept. Molti videoclip lo-fi in tema da poter assaporare in questi spazi.
Mondo Faz è il secondo album del duo pugliese. Dieci pezzi di matrice stoner e psichedelica imparentati con i generi lo-fi, garage e noise, dove Jon Spencer Blues Explosion, The Monsters, Mc5, The Troggs e Kyuss si riconoscono tra i riferimenti più diretti. Tutto il concept ruota attorno alla fantascienza e ai super eroi, come da videoclip qui visionabili. Recensione approfondita, opera prima del nostro nuovo collaboratore Cesare Businaro.
Dopo 4 mesi di sosta con gli articoli Edp per seguire la programmazione di una rassegna musicale che ho curato in Valsugana, ripartiamo con un aggiornamento sulla carriera di questo duo ciociaro che da qualche anno si è trasferito in pianta stabile a Berlino. L'occasione è l'uscita del loro nuovo album dedicato alla tematica della migrazione.
Nuove sonorità per I-Taki Maki che si fanno ora più cupi, lenti e riflessivi. Complice la tematica di questo album, incentrata sui dolori, sofferenze ma soprattutto speranze dei migranti verso l'Europa, fenomeno sempre più critico di questi ultimi anni. Da queste riflessioni ne nasce anche un racconto ad opera della batterista Mimmi. Recensione prima per Mali Yea, chitarrista degli Anice.
Giacomo Guidetti è un nostro abile recensore mentre a livello strumentale suona il basso nel duo bolognese KA per cui in occasione dell'uscita de loro primo full lenght ho fatto il secondo strappo alla regola dell'anno, trattando nuovamente un duo basso-batteria...
Prima recensione in assoluto a Inerte (grazie alla penna di Nicola Cigolini, batterista degli ex duo Samcro) un album che segna una precisa evoluzione stilistica nel mondo a due degli abruzzesi Ka. Ormai parte integrante dell'underground bolognese, si sono fatti ispirare e influenzare dalla forte scena locale, anche di duo, incorporando elementi noisecore e drone per fonderli armonicamente alla già forte componente ambient del proprio sound: il risultato è un suono abrasivo e sporco al servizio di una musica dall'incedere lento e possente, pieno di basse frequenze e feedback.
Storico duo strumentale bresciano (con altri progetti a due paralleli) caratterizzato da un incedere schematico, velocissimo, forsennato e assolutamente conciso: noise e sludge sono le coordinate sulle quali si muovono Andrea Cogno (Nana Bang) e Beppe Mondini (Ottone Pesante).
Magic Pandemonio è il terzo album in dieci anni di carriera della band. Come negli esempi precedenti i brani sono brevissimi (un minuto di media) e velocissimi (anche 220bmp), freddi, schematici e sintetici. Come sempre compaiono i campionamenti di Davide Tidoni, artista sonoro ed amico di sempre, che aggiunge i suoi suoni spigolosi alle composizioni della band. Recensione a firma Mali Yea, chitarrista del duo reggiano Anice.
Ritornano i Marmo, duo strumentale da Forlì, che abbiamo già avuto modo di presentare in occasione del loro primo Ep. A distanza di due anni ecco uscire il secondo, intitolato La gravità del Buio, ad anticipazione delle nuove sonorità della band. Intervista a Campione Frizzino e Gianluca Piras, video del primo estratto e ascolto completo dell'album.
In questo Ep restiamo nel mondo del post-metal con ispirazione alle band culto degli anni '90 (Helemt, Melvins, Godflesh, Unsane), come da tradizione dei Marmo, ma con un incedere decisamente più lento e pesante, come anticipato dal titolo dell'album, ben approfondito dalla penna del nostro collaboratore Cesare Businaro.
170) ELENCO POST 2017
Eccoci qua...


Articolo e intervista ad opera di Giusy Elle



martedì 18 dicembre 2018

169. RECENSIONE56: La Gravità del Buio by Marmo

LISTA RECENSIONI 


La Gravità del Buio è il secondo Ep del duo strumentale da Forlì MARMO, uscito a Marzo 2018, dopo due anni dal precedente Inside. Il post metal della band romagnola, ispirato alle sonorità anni '90 tipiche del genere, acquisisce ora venature hardcore e noise ma si arricchisce anche di una certa dose di melodia che non solo non guasta, ma dona un po' di leggerezza all'incedere pesante dell'album, come suggerito dal titolo stesso.
4 pezzi per poco più di 24 minuti d'ascolto che potrete ascoltare in versione integrale ed approfondire grazie alla penna minuziosa del nostro recensore Cesare Businaro. Per ogni approfondimento rimando all'articolo appena postato (qui) con tanto di intervista ai fondatori Campione Frizzino e Gianluca Piras. Non mi resta che augurarvi: buon ascolto e buona lettura!

Video:
Lilith” Official Video https://www.youtube.com/watch?v=qn9QopYve3A

Contatti Band:

La Gravità del Buio credits:
Registrato mixato masterizzato da Maicol Caggiano presso Soundscape Studio Forlì
Pubblicato Marzo 2018
Formato Cd e digitale

Lo ascolti QUI

La Gravità del Buio 2018
E' un brutto posto dove vivere
(PostMetal, NoiseCore)

1. Lilith
2. In my Room
3. Madre
4. Il Buio

RECENSIONE
MARMO "La Gravità del Buio"
Ep 2018 E' un brutto posto dove vivere

Avevo già ascoltato e apprezzato il lavoro precedente dei Marmo, “Inside”, scaricandolo dalla loro pagina su Bandcamp, immediatamente dopo aver letto biografia della band e intervista al “Faro”, il loro mentore, proprio su Edp: la lettura mi aveva particolarmente incuriosito, oltre che per la proposta di un genere normalmente caratterizzato da una stratificazione sonora difficilmente riproducibile con nient’altro che una chitarra e una batteria (noise/post-metal, come loro stessi si definiscono e si “taggano” su Bandcamp), anche e soprattutto per i loro espliciti riferimenti ad una delle mie band preferite di sempre, ovvero i seminali Helmet del “maestro” Page Hamilton.

Su queste premesse, quando Giusy mi ha chiesto di recensire il seguito, “La Gravità del Buio”, non me lo sono fatto ripetere due volte ed eccomi qua!

Ricevo il CD per posta direttamente dalla loro etichetta, “E’ un brutto posto dove vivere” e sia il formato, che il comparto grafico dell’album, rispecchiano, anzitutto, il minimalismo della band: la custodia è ancora più essenziale di un jewel case o di un digipack; il CD, tutto nero, senza alcuna scritta e con su stampato il logo del duo, una sorta di stella a sette punte, che mi chiedo se nasconda una qualche valenza esoterica, alloggia infatti in un semplice pieghevole, con un gommino centrale a sostenerlo. Sul lembo opposto, all’interno del pieghevole, campeggiano, circondati dallo stesso logo, i soli titoli delle 4 tracce del CD, lo studio di registrazione (il Soundscape di Forlì) e l’autore di artwork e layout (STRX, di cui scopro via Google la pagina su Facebook, perdendomi in una galleria d’illustrazioni semplicemente affascinanti e davvero indicate per copertine di album e manifesti di concerti, soprattutto in ambito stoner o doom-metal: complimenti ai Marmo per la scelta azzeccatissima!). Il valore aggiunto di un album strumentale è pure il suo prestarsi alla libera interpretazione di chi lo ascolta e a parte i titoli del CD e delle singole tracce, non dispongo di altre chiavi di lettura per così dire autentica, per poter intuire (o tirare a indovinare), il significato dell’immagine di copertina nelle possibili intenzioni della band, ma personalmente ci vedo una sorta di paesaggio lunare, vulcanico o spettrale, su cui s’innalza, nel lembo frontale del pieghevole, una specie di monolite di “kubrickiana” memoria e che, dal lembo posteriore, sembra minacciosamente preso di mira da un’entità mostruosa o nebulosa, forse il buio a cui allude il titolo dell’album…

In questo immaginario, inserisco quindi il CD nel mio lettore portatile, indosso le cuffie e premo il tasto play.

L’EP si compone, come anticipato, di 4 tracce e se fosse un vinile, sono certo che ce ne starebbero due per lato; la durata dei pezzi è infatti speculare: il primo e il terzo sforano i 4 minuti, il secondo e il quarto i 7 e l’album è per così dire idealmente suddiviso in due parti, anche dall’uso dell’italiano per i soli titoli delle ultime due tracce (“Madre” e “Il Buio”), laddove le prime due s’intitolano “Lilith” e “In My Room”.

La prima traccia viene introdotta dal soffio di un vento desertico, a fare da sfondo, dopo una manciata di secondi, a un blando ritmo di batteria, inizialmente scandito da un sonaglio e un malinconico arpeggio di chitarra, che sembrano voler anticipare l’evoluzione stilistica della band, rispetto al lavoro precedente. Se “Inside” partiva subito come uno schiacciasassi, con riff “droppati” e ritmi serrati di scuola “helmetiana”, saldati con la precisione chirurgica di quella pietra miliare che è stato “Meantime”, indiscusso e insuperato capolavoro della premiata ditta di Hamilton e soci, qui la band ci accompagna lentamente verso lidi più cupi, introspettivi e indemoniati. Non a caso, credo, il titolo del primo pezzo, “Lilith”, è il nome di un’antica divinità mesopotamica, più precisamente il demone femminile della tempesta, una tempesta qui preannunciata, appunto, dal rumore del vento. L’arpeggio iniziale lascia spazio, dopo qualche battuta, alla sua versione più tirata e distorta. Se la roboante saturazione della chitarra e la tonalità minore del riff rimandano al post-metal dei primi Pelican (o dei più recenti Telepathy), il ritmo, che si fa man mano più incalzante, orienta quasi il pezzo verso lo stoner dei primi Karma to Burn, finché non s’innesta, più o meno a metà della traccia, un repentino cambio di tempo, a riportare il duo sulle soluzioni ritmiche e lo spessore sonoro di “Inside”: è forse il passaggio, di tutto il disco, che meglio lega questo nuovo lavoro al suo predecessore e che apprezzo particolarmente per la capacità, appunto, di proiettare l’immediatezza del noise/crossover, già fatto proprio dai Marmo nell’EP di debutto, in una dimensione più ricercata. Dal punto di vista tecnico, pur nell’esplorazione di nuovi orizzonti sonori, il duo mantiene in ogni caso il minimalismo dell’esordio: i Marmo sono in due e non ricorrono ad alcun espediente o trucco che dir si voglia (over-dubbing, dual-amping, pitch-shifting, looper, sequencer, ecc.), per colmare l’assenza di un basso o comunque di altri strumenti nell’organico del gruppo. La chitarra di Frizzino è infatti abbastanza carica di frequenze da renderlo superfluo e l’imponente batteria di Piras, oltre a scandire la struttura dei pezzi, ne detta la dinamica, accentuando ulteriormente, quando occorre, la pressione sonora di una distorsione già spinta, di per sé, verso i massimi livelli di saturazione, se non oltre. In questo, escludendo comunque che ne siano stati influenzati, visto che si tratta di una formazione più o meno coeva e pressoché sconosciuta in Italia, i Marmo mi ricordano un altro duo, i bostoniani INTRCPTR, un side project di Larry Herweg, noto come batterista – guardacaso – dei già citati Pelican e di Ben Carr, già chitarrista dei 5ive (anche loro un duo). Ecco, se mai un fan degli INTRCPTR dovesse leggere questa recensione, è il primo a cui raccomanderei l’ascolto dei Marmo (si troverebbe certamente in famiglia).

Il secondo pezzo, “In My Room”, è forse un remake dell’omonima traccia che, leggendo una recensione ad “Inside”, scopro aver già fatto parte del primissimo demo dei Marmo. Non ne ho riscontro, in quanto non dispongo di copia del demo e non trovo in rete nemmeno uno streaming del pezzo, ma sarei curioso di confrontarli, se davvero si tratta dello stesso brano, per coglierne le differenze e valutare anche sotto tal profilo l’evoluzione della band. Ad ogni modo, dopo alcuni ascolti del CD, penso di poter dire che si tratti della mia traccia favorita. Una sorta di mini-suite in 4 atti, introdotta da una monolitica sequenza di accordi, la cui satura risonanza è arricchita dalla sovrapposizione di una specie di effetto rotatorio (forse un tremolo settato molto lento?), che ascoltando il brano in cuffia dà una sensazione di avvolgimento. Ho già menzionato i Pelican e il primo atto di questa suite mi rimanda, in effetti, al loro mitico e mastodontico “Australasia”: è l’incedere man mano più incalzante del ritmo, ad accompagnare il pezzo, quasi fosse una colata lavica o un movimento tellurico, verso gli atti successivi, sapientemente legati fra di loro, grazie a un’ottima progressione armonica, dai toni sempre più drammatici; il secondo e il terzo atto sono quelli più concitati, in cui la band esprime maggiormente la sua vena noise, prima di riallacciarsi, pur senza rallentare il tempo, al sapore più melodico dell’introduzione, mentre è decisamente più brusca la transizione verso l’atto finale; d’un tratto, la nave si ferma, come squarciata da un iceberg e affonda inesorabilmente in acque gelide, accompagnata da una sequenza di accordi e brevi cenni ad arpeggi tanto cupi e riverberati, da ricordarmi certo nautic-funeral/doom-metal di matrice teutonica (penso, per esempio, agli Ahab e alle loro immersioni sonore negli abissi marini).

Nel terzo pezzo riappare lo schiacciasassi: poco più di un minuto e mezzo per radere al suolo tutto ciò che gli si para davanti; qui i Marmo rendono merito alla pesantezza del loro nome. La conta dei cadaveri è affidata, subito dopo il passaggio della macchina da guerra, a una figura femminile, probabilmente la “Madre” che dà il titolo a questa traccia; a una chitarra pulita, che lentamente scandisce i sedicesimi di questo interludio dal sapore post-rock, si sovrappone quindi un monologo femminile in inglese, l’unico inserto vocale di tutto l’album: in mancanza di credits, come detto, nella custodia del CD, non so dire se si tratti di una linea vocale appositamente scritta e registrata per il pezzo o forse dell’audio di un film, che comunque non riconosco, facendo anche fatica, per la verità, a distinguerne le parole (il mixaggio la mantiene comunque bassa, rispetto alla base musicale). Ad ogni modo, il timbro di questa voce fuoricampo ben accentua i toni più introspettivi di tutto lo stacco, preparando all’esplosione finale: negli ultimi due minuti del brano, infatti, la chitarra si fa distorta, più riverberata e il post-rock dell’interludio si fa post-metal, proponendo uno dei passaggi più intensi e coinvolgenti dell’opera, che a tratti richiama il post-hardcore catartico dei Rosetta e il loro “metal per astronauti”, come gli stessi amano definirlo.

A chiudere questa seconda coppia di pezzi, specularmente ai primi due, è il quarto e ultimo brano: “Il Buio”. Si tratta ancora di una traccia strumentale, ma per come l’hanno chiamata, è facile presumere che la band abbia inteso attribuirle il ruolo di title track. A calarci nella penombra, è in questo caso un’avvolgente introduzione di batteria, dalle tinte tribali, che s’innesta su accordi resi eterei da un breve delay e un pizzico di flanger (o effetti simili), tanto morbidi da contribuire ad accentuare l’impatto invece devastante del riff, estremamente distorto, che ne seguirà dopo qualche istante. Anche in questo frangente, il duo non fa prigionieri e non c’è luce all’orizzonte, ma proprio per nessuno. Il brano è un’escalation di flagellante potenza sonora per tutta la sua prima metà, fino a quando cioè, esattamente a 3’38’’, una sequenza d’isolati colpi di grancassa e piatti, in perfetta sincronia con altrettanti powerchord, tanto serrati da suonare come colpi di grazia, introducono a un finale più lento, cadenzato, ma ugualmente distorto, in cui Frizzino sembra suonare contemporaneamente accompagnamento e melodia. Ai powerchord, fragorosi come non mai e che continuano a scandire il tempo via via più dilatato del pezzo, si sovrappongono infatti note lancinanti, più acute e dissonanti, che vanno a traghettare l’ascoltatore, come una sorta di nocchiero infernale, verso l’oscurità di una meta ignota. Degna chiusura di un lavoro che, in conclusione, ci propone una band evidentemente più matura che nel precedente “Inside” e ben più consapevole, sia delle sue capacità, che, se vogliamo, dei limiti di una formazione tanto ridotta, ma comunque in grado di trasformare quegli stessi limiti in punti di forza, mostrandosi, anche per questo, ormai pronta per il grande salto, ovvero un LP.

Il mio voto, ovviamente soggettivo, vuol essere in questo senso un incoraggiamento (e al contempo un augurio), perché “La Gravità del Buio” possa avere al più presto un seguito sulla lunga distanza.


Cesare Businaro
7/10


Articolo ad opera di Giusy Elle