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domenica 1 marzo 2015

56. THEBUCKLE, una sola parola: Rock!



INTRO
   THEBUCKLE è un gran bel duo piemontese, da Alba (CN), che andiamo volentieri a presentare in questa sede: Andrea (chitarra e voce) e Maxim (batteria) sono nati entrambi nei primi anni '70 ma in realtà sembra che ci siano vissuti, in quegli anni, portando in eredità nella loro musica tutto il bell'hard rock che il decennio ci ha regalato. Sì, perché oggi parliamo di rock, rock e ancora rock! Rock scuro e rabbioso, che affonda le sue radici nelle atmosfere cupe dei Black Sabbath per approdare ai giorni nostri attraversando generi più moderni come lo stoner. Questa è musica per chi ha ascoltato con piacere il rock dei Motorhead, ha fatto una capatina a Detroit senza disdegnare, col tempo, l'ascolto di gruppi che vanno dagli Audioslave e Foo Fighters fino ai Korn. Ecco, ci potrete sentire questo ed altro nella musica dei TheBuckle, una combinazione esplosiva di sonorità ruvide ed accattivanti che vi terranno incollati alle casse dell'impianto stereo fino alla fine del loro album omonimo di recentissima uscita (qui la recensione). Ma vediamo nello specifico chi sono Andrea e Maxim...



BIOGRAFIA
   I due musicisti di oggi, all'anagrafe Andrea Marcarino e Maxim Sclavo, entrambi classe 1973, fondano i TheBuckle soltanto un anno fa, ma si può dire che siano fondamentalmente un duo fin dal lontano 1994 quando iniziano a suonare assieme. Certo, perché i due, legati da un profondo senso di amicizia, rispetto e condivisione per le medesime passioni, sono stati il nucleo fondante di un paio di band molto interessanti nel panorama italiano underground anni '90 e 2000, gli Unwelcome e i Kessler. La prima era una band dedita a una sorta di crossover d'assalto, da loro denominato “space-core”, che li ha visti esibirsi live di frequente nella seconda metà degli anni Novanta regalando al quartetto un discreto successo: approdano anche in Svezia per lavorare in studio col produttore dei Refused, quindi alla firma con un'etichetta canadese per la registrazione e pubblicazione dell’album “Independent Worm Songs” (2001). Purtroppo il rapporto con la label canadese si interrompe bruscamente prima dell’uscita del disco, tanto che l'album viene infine pubblicato dalla nostrana Loudblast. Il disco fu accolto davvero con entusiasmo dalla critica e dal pubblico e da molti considerato una gemma nel suo genere. In seguito, dopo la decisione di fermarsi come Unwelcome, i due formano una nuova band chiamata appunto Kessler. I Kessler erano invece dediti ad un alternative-rock cantato in italiano, e nel 2005 pubblicano il disco “Un Altro Giorno d’Amore” prodotto da Riccardo Tesio (chitarrista dei concittadini Marlene Kuntz) e pubblicato da Alternative Produzioni. Anche questo progetto viene accolto molto calorosamente portandoli a suonare parecchio in giro per l’Italia e ad avere un video in rotazione su Mtv. Poi, a causa di problematiche lavorative e logistiche, anche I Kessler cessano l’attività. Andrea si dedica quindi ad esplorare i territori della musica elettronica trovando sfogo nel progetto solista, tuttora attivo, denominato Gr3ta. Si tratta di un esperimento sonoro che mescola elettronica e indie-rock col quale pubblica un primo album dal titolo “Please Kill Me” (uscito nel 2008 per l’etichetta americana Renaissance Records) ed un secondo intitolato “Gr3ta” (2010, Bagana Rec.), dal quale è stato pure selezionato un brano per la colonna sonora del film horror “Dream Home”, una produzione di Hong Kong uscita nel medesimo anno.
   I due però sembrano non riuscire a restare a lungo distanti senza collaborare musicalmente, ed è così che decidono di tornare nuovamente assieme in sala prove, questa volta da soli. Thebuckle è quindi il "fermaglio", il "sigillo" che li vede definitivamente uniti in un progetto 2-piece; e questi musicisti navigati non credo torneranno tanto facilmente in una full-band in quanto la dimensione a due è il loro traguardo, la meta segreta a cui inconsciamente da sempre tendevano, la spiaggia quieta dove infine riposarsi dopo le battaglie trascorse e sentirsi finalmente "a casa". Dal cilindro dei due piemontesi nasce così questo bellissimo power duo, tanto power da sembrare un trio che assomiglia a una full band... un duo elettrico purista senza artifizi alcuni, niente loop station o synth per loro, solo voce, chitarrone fuzz e batteria essenziale ma granitica, funzionale al genere; di quelle line-up delle quali ancora si dice "impossibile fare buon rock con quei due soli strumenti" mentre i TheBuckle non solo lo fanno, ma lo fanno dannatamente bene.
   Il full-lenght "Thebuckle", di ben 11 tracce, vede la luce a metà gennaio del 2015 grazie all'etichetta ThisiIsCore Label di Genova ed è già un lavoro entusiasticamente accolto dalla critica come una specie di rinascita delle sonorità di un'epoca... Un bell'Heavy Rock "old school" con sfumature marcatamente Stoner, talvolta Alternative o Hardcore, espresso con la rabbia proto-punk delle band di Detroit e venata da cupe atmosfere dark. Una miscela esplosiva che rende indubbiamente al massimo tutto il suo potenziale in fase live ma che traspare tanta grinta e sudore anche dalla registrazione dell'album, un album che, nonostante la sua lunghezza, non stanca mai l'ascoltatore, sempre in tiro dietro il ritmo hard rock dei due soli strumentisti... I riferimenti al tipico immaginario rock-donne-motori, poi, espresso ai suoi tempi con Harley Davidson e Hot Rod, viene qui riproposto a livello iconografico su di un'accattivante copertina in tema.
   Nel post sucessivo potrete seguire la recensione "step by step" dell'album ad opera del nostro collaboratore Eddie Lanegan mentre io vi lascio alla visione del video clip promozionale "Over" (dal singolo primo estratto dell'album) e all'interessante intervista con Andrea del duo piemontese TheBuckle. Con riferimento all'indirizzo Facebook dei due concludiamo infine, urlando a squarcia gola, "Hurrah for TheBuckle"!!!!

Kessler video "Teoria del Vuoto" http://youtu.be/egiuLNAEdEg



LABELS
ThisIsCore Label www.thisiscore.net
Quest'etichetta indipendente genovese nasce nel 2009 dall'idea di Beppe Platania il quale, due anni prima, rileva assieme ai soci Freccia e Matteo la Wynoa Records. TIC voleva essere una branca della label centrale, per differenziare l'offerta sonora fino ad allora proposta, ma quando nel 2011 Wynoa chiude, This Is core inizia la sua vera ascesa. 
L'etichetta si concentra sui generi musicali rock, dall'hard allo stoner, dal punk al metalcore, dall'hardcore melodico all'emo e il metal. L'orecchio è tutto rivolto alle sonorità tipicamente americane, con suoni compatti e compressi, molto diversi da quelli generalmente proposti in territorio nazionale. This Is Core non è soltanto un'etichetta discografica ma quasi una vera e propria "factory" per l'offerta completa dei prodotti proposti; è quindi un'agenzia di stampa e promozione che offre anche servizi fotografici, realizzazione video, artwork e merhcandising. La proposta numerica del loro catalogo è impressionante contando un'ottantina di produzioni realizzate in soli sei anni di attività. Non risultano altri power duo nel loro roster eccetto i nostri TheBuckle.






INTERVISTA
1. Andrea e Maxim, benvenuti nei nostri spazi EDP. Tanto per incominciare ci raccontate come e quando avete iniziato a suonare i vostri strumenti?
A. Grazie a te, è un vero piacere! Beh io ho iniziato a strimpellare a 15-16 anni… cercando di suonare sopra i dischi che ascoltavo. Sono un assoluto autodidatta, quel poco che so l’ho imparato da solo, suonando e provando a tirare fuori i suoni che avevo in mente. Ricordo di aver imparato le posizioni degli accordi leggendo un libricino acquistato in edicola. Poi -dal momento che la teoria mi annoiava– ho buttato il libricino ed ho formato la mia prima band: gli Zoot Allures! Da allora non è cambiato granchè… sono rimasto un autodidatta. Io vengo dall’etica punk: “anyone can play guitar”. E questo è quanto.
M. Ok allora correva l'anno 1990 circa, eravamo come si suol dire quattro amici al bar appassionati di hard rock e abbiamo deciso di formare un gruppo! Siccome due di noi già suonavano la chitarra, mancavano il basso e la batteria ed io ho scelto quest’ultima! E così è iniziato tutto. La band si chiamava Paniko! Sono anche io un autodidatta… ho “imparato” guardando e riguardando i filmati di Lars Ulrich dei Metallica!

2.Voi due siete amici da vent'anni e in tutto questo tempo avete suonato insieme, prima fondando un paio di 4-piece interessanti, gli Unwelcome e i Kessler, infine approdando alla formazione a due. Com'è questa esperienza senza la compagnia di una band?
A. In realtà la prima volta che ci siamo conosciuti Maxim mi detestava!!! Gli Unwelcome sono stati una parte fondamentale delle nostre vite. Abbiamo investito così tanto tempo, sudore, determinazione (e soldi!) nella band... ci furono momenti esaltanti ed altri deprimenti, ma la musica che abbiamo fatto è qualcosa che resterà dentro di noi per sempre. Per rispondere alla tua domanda: essere in due è molto comodo (meno teste da mettere d’accordo!) e, per quanto ci riguarda, ci permette di comporre molto più velocemente. Io e Maxim sappiamo benissimo quello che vogliamo ottenere, e non c’è nemmeno bisogno di parlare: io so (e lui pure) quando qualcosa funziona o meno, senza perderci in chiacchiere. THEBUCKLE è nato così: volevamo fare le cose in due, volevamo fare musica grezza, ruvida, senza fronzoli. Crediamo di esserci riusciti. Alla grande, direi...

3. E' come se foste sempre stati un duo, alla fine. La scelta del nome TheBuckle (fermaglio, fibbia) è inteso come un sigillo alla vostra amicizia nel nome della musica? Come mai tutto un'unica parola?
A. In effetti sia Unwelcome che Kessler sono nati “per colpa” nostra! Per quanto riguarda il nome THEBUCKLE (si scrive tutto attaccato perché ci piace così graficamente) ad essere sinceri non avevamo attribuito significati particolari in origine (anche se poi la tua tesi era stata considerata, ma a posteriori), semplicemente cercavamo un nome che “suonasse” bene. Ti giuro che abbiamo speso più tempo a trovare un nome che ci mettesse d’accordo piuttosto che a buttare giù i primi pezzi! Avevamo una lista di nomi lunghissima…e nessuno ci convinceva al 100%. Poi Maxim se n’è uscito con The Buckle…ed abbiamo capito di aver trovato quello che faceva al caso nostro. Poi abbiamo sviluppato tutto l’immaginario che circonda THEBUCKLE: le immagini, i colori (bianco, nero, verde), i suoni. Noi due sappiamo quello che ci piace, e cerchiamo il modo di farlo.

4. Avevate un duo specifico in mente quando avete pensato a questa formazione? Chi vi ha ispirato?
A. Non avevamo assolutamente in mente nulla. Voglio dire: volevamo solo fare la nostra “cosa”, senza pensare ad altro... Ci divertiamo a suonare insieme, facciamo canzoni per noi stessi, non ce ne frega un cazzo se piacciono o meno a qualcun altro! Abbiamo realizzato in seguito quanto fosse diffuso il mondo dei “duo”.

5. La musica dei TheBuckle affonda le sue sonorità nel rock del passato ma è evidente che attinge anche a molti generi degli ultimi decenni. Qual'è l'ascolto musicale che vi ha portati fino a qui e quali le band a cui vi sentite più affini?
A. Non vorrei parere poco modesto, ma siamo arrivati ad punto in cui non c’è nulla in particolare che ci influenza. Non sentiamo legami particolari con nessuno. Ovviamente le nostre esperienze precedenti, in particolare gli Unwelcome e poi Kessler e Gr3ta. Noi due suoniamo insieme da tanti anni… quindi la più grossa influenza a livello artistico-compositivo è proprio nella band stessa. L’alchimia viene fuori dalla conoscenza reciproca… voglio dire: quando suoniamo o componiamo un pezzo mi basta guardare Maxim per sapere già quello che farà, e per lui è la stessa cosa. Poi sicuramente c’è un rimando al periodo d’oro del rock degli anni '70, ma questo semplicemente perché gli artisti e gli album che sono usciti allora sono tutt’ora al passo coi tempi. Questo perché se ne sbattevano delle mode. Avevano una visione ed un “suono”.

6. A proposito di suoni... quello delle tue chitarre, Andrea, sono splendidamente distorti e cupi. Qual'è il suono che hai in mente in funzione di un duo chitarra-batteria?
A. Ti ringrazio! Ho speso molto tempo per raggiungere il suono che avevo in testa. La nostra intenzione era quella di fare musica potente, riducendo – giocoforza – al minimo le “menate”. Abbiamo cercato di comporre canzoni semplici, di impatto. Volevamo che ogni singola nota fosse riproducibile dal vivo. Invecchiare ci ha resi più “essenziali”. Essere in due ti obbliga a fare delle scelte, decidere cosa suonare e cosa eliminare. Ma è un processo abbastanza semplice per noi… ci conosciamo bene, e ragioniamo sempre in funzione della riuscita di una canzone. Il fatto di non avere un bassista in formazione ci ha portato a fare delle scelte anche a livello di strumentazione, perché altrimenti mancherebbero delle frequenze… quindi abbiamo lavorato insieme al nostro fonico per mettere a punto ogni aspetto del nostro sound. A livello pratico io uso chitarre con accordature ribassate (drop C e B) ed uso due amplificatori contemporaneamente: uno da chitarra ed uno da basso.

7. L'etichetta discografica che avete scelto per la pubblicazione del vostro album, la ThisiIsCore di Genova, si riconosce anche per una qualità di suoni molto specifica. Quanto ci ha messo del suo la TIC in questo album?
A. Conosciamo la ThisIsCore da parecchio, siamo amici con alcuni dei loro gruppi… appena abbiamo avuto in mano i provini del disco glieli abbiamo fatti sentire, a loro sono piaciuti molto e ci siamo presto accordati per l’uscita. E’ stato tutto molto semplice. Non c’è stato nessun tipo di ingerenza, anche i ragazzi di TIC sono dei musicisti e non si permetterebbero mai di imporre alcunchè. TIC ci ha messo passione, ed è quello che cercavamo. Siamo molto soddisfatti.

8. Vi considero un duo molto prolifico, la vostra prima registrazione è un full-lenght di 11 tracce! Una tradizione ereditata dalle precedenti band, mi pare... Come nascono i brani dei TheBuckle?
A. In effetti siamo molto produttivi… ti confesso che stiamo già lavorando ai pezzi del prossimo disco! Per quel che riguarda la registrazione del nostro primo disco la cosa difficile è stata scegliere quali pezzi usare e quali scartare… avevamo davvero abbondanza di materiale. Abbiamo scelto quelli che erano più “organici” e che ci convincevamo di più. Le registrazioni vere e proprie sono state una “scommessa”. Volevamo che suonasse “diretto”, che si sentisse l’urgenza e la passione. Sapevamo il tipo di suono che volevamo: nessuna sovraincisione, nessun artificio produttivo, soltanto una batteria, una chitarra ed una voce. Su consiglio di alcuni amici ci siamo rivolti a Massimiliano “Mano” Moccia, che ha “sposato” il nostro progetto e ci ha spinti al limite: tutto quanto è stato registrato in DUE giorni, in analogico, con attrezzatura vintage, su nastro magnetico e con un mixer Neve degli anni ‘70. Puro rock n roll! Esattamente quello che cercavamo! Poi per i mixaggi ed il mastering ci sono volute alcune settimane. Le nostre canzoni nascono in modi differenti… a volte tutto nasce da un riff di chitarra, altre da un pattern di batteria, oppure semplicemente cazzeggiando in sala prove. A volte ho delle idee e le butto giù, registrandole alla meglio, e poi ci lavoriamo sopra insieme. L’unica regola “aurea” che abbiamo è che un pezzo o funziona subito oppure, se c’è troppo da lavorarci, perde di immediatezza e lo lasciamo perdere…

9. In quanto al contenuto dei testi?
A. Io non parlo mai dei miei testi. Non ha senso spiegarli, perderebbero tutta la loro forza. Ognuno può e deve trovare una propria chiave di lettura. Oppure fregarsene altamente di quello che dico. Che è la scelta più saggia. Il testo deve funzionare all’interno della canzone, personalmente non me ne frega un cazzo di quello che ha da dire tizio o caio a proposito della fame del mondo o del malessere sociale. “Music comes first.”

10. A metà gennaio s'è tenuto il release party del vostro album, com'è stata l'esperienza? Avete programmato un tour promozionale? Quali i passi futuri?
A. Il release party è stato molto divertente! Abbiamo suonato di fronte a tante persone, molti amici, è stato “emozionante”. A fine concerto ci hanno detto “Certo che, per essere solo in due, ne fate di bordello!”…ecco, quello forse è stato il più grande complimento che potessero farci! Significa che il concerto è stato una bomba. Suonare dal vivo è l’habitat ideale per una rock band, ed è il modo migliore per farsi conoscere al pubblico e fare proseliti. Il nostro obiettivo primario infatti è riuscire a suonare dal vivo il più possibile questo disco, che è nato proprio con l’intenzione di essere portato on the road. E’ assolutamente la nostra priorità. Vogliamo arrivare in ogni schifoso buco dove ci sia qualcuno disposto a farci suonare. Dal vivo diamo il meglio di noi stessi, suoniamo al 100%, e ci divertiamo.

11. Raccontateci un po' l'esperienza del video di "Over". I vostri brani sono uno più avvincente dell'altro, come avete scelto questo pezzo a rappresentanza dell'album intero?
A. Ti ringrazio per i complimenti… in effetti la scelta di “Over” è stata più che altro suggerita dai ragazzi di ThisIsCore. Noi avevamo proposto 3-4 brani che -secondo noi- potevano essere scelti quale “singolo”. Ma dal momento che non riuscivamo a deciderci abbiamo fatto scegliere a loro. Il video è stato diretto da Beppe Platania, ed è stato girato in una location molto “claustrofobica”, proprio perché volevamo trasmettere quel tipo di sensazione… disagio, angoscia, tensione. Il bianco e nero poi è il tocco finale. ADORO quel tipo di immagine. E’ stata una faticaccia!!! Ripetere decine e decine di volte lo stesso pezzo per ore è stato davvero faticoso… però -ovviamente- ci siamo divertiti molto. Approfitto dell’occasione per ringraziare Chiara, la ballerina che ci accompagna nel video, che è stata bravissima.

12. Più in generale, vista la vostra ventennale presenza nel panorama musicale italiano, vi chiedo: come avete visto cambiare la musica in questi decenni? L'approccio dei giovani, la relazione tra band e musicisti, il rapporto con i locali e gli addetti ai lavori, l'avvento della rete e della tecnologia a livello popolare...
A. L’avvento di internet ha cambiato radicalmente le regole del music-business. Ormai essere “social” è diventato parte integrante dell’essere musicista e dello stare in una band. Oggi la comunicazione tra artista e pubblico è diretta, senza mediazioni. Devi essere presente e far sapere che ci sei e che stai facendo qualcosa. Sinceramente questa cosa ha un po’ annullato il fascino oscuro di certi gruppi… voglio dire, a me personalmente piace farmi i cazzi miei e non mi interessa
né sapere né far sapere ogni singola stronzata che faccio. Rispetto moltissimo i gruppi che riescono a rimanere misteriosi ed apparire solo quando hanno qualcosa da dire o da fare. Però allo stesso tempo ha permesso ai musicisti di arrivare potenzialmente a chiunque, di poter essere ascoltati ovunque nel mondo. Questa cosa è bellissima, ma allo stesso tempo piattaforme come Spotify o Itunes hanno “ucciso” un certo tipo di discografia. Ormai il mercato è iper-frammentato. L’offerta di nuova musica è enorme, ed un disco ormai dura soltanto poche settimane. Non ci si appassiona più veramente ad un artista oppure ad un disco. Tutto passa velocemente. Il rapporto dei più giovani con la musica è appunto meno “approfondito”, la musica ormai è ovunque, gratuitamente o quasi, ed ha un po’ perso il fascino dell’appartenenza. Io ricordo come ascoltare un certo tipo di musica o meno fosse motivo di “vanto” o comunque di aggregazione. Ora la musica la si dà per “scontata”…non so se mi sono spiegato bene. E questa situazione si riflette anche nel rapporto tra le band ed i locali, che sono sempre di meno e sempre più in crisi, infatti suonare è diventato difficile e faticoso: tantissime band e poco pubblico. Stesso discorso vale per l’editoria musicale: le testate “storiche” del giornalismo musicale stanno sparendo… è un periodo piuttosto difficile. La soluzione, o almeno una delle soluzioni, può essere quella di rivolgersi anche all’estero… ed è quello che stiamo cercando di fare: portare la nostra musica in Francia, Germania, Olanda…

Siamo alle ultime battute, Andrea e Maxim, ed io vi ringrazio per il tempo dedicatoci. Augurandovi grandi soddisfazioni con la vostra musica a due, vi lascio aggiungere un finale all'intervista... e come si suol dire in questo caso: Hurrah for Thebuckle!
Siamo noi che ti ringraziamo per l’attenzione e per la disponibilità. Invitiamo tutti i lettori di EDP
ad ascoltare la nostra musica ed a venire a vederci dal vivo…HURRAH FOR THEBUCKLE!!!

A questi link potete ascoltare il nostro disco e restare in contatto con noi:

Sito Ufficiale: www.the-buckle.com





DISCOGRAFIA
THEBUCKLE Gennaio 2015, ThisIsCore Rec. (HardRock, Stoner)


1.Htfb   2.Cage   3.Over   4.Sick   5.The King of Rock'n'Roll   6.Aural   7.High Gain   8.Doll Parts   9.Bad Feelings   10.Heavy Water   11.Night Drives



Qui la nostra recensione!


Link ad altre recensioni


Articolo e intervista ad opera di Giusy Elle



mercoledì 11 febbraio 2015

55. RECENSIONE 11: II by Karawane




   Dopo la presentazione del duo Karawane e l'intervista a loro dedicata (qui) passiamo ora ad analizzare il loro Primo Ep intitolato "II"... Ma contestualizziamolo un po'... Fabrizio d'Andrea (chitarra e voce) e il batterista Luca Sabata vivono a Napoli e provincia e dopo varie esperienze musicali approdano a fine 2012 al duo KARAWANE. Si tratta di due studenti universitari incontratisi in rete che in questo progetto strumentale esprimono il loro lato creativo in totale libertà, dando sfogo all'ispirazione del momento. Nel 2013 registrano una demo autoprodotta che non arriva però a mostrare al meglio la carica che i due esprimono su palco: i Karawane infatti possono rinchiudersi a lungo in sala prove, per elaborare il loro materiale, ma è in fase live che esprimono al meglio la potenza esplosiva che li contraddistingue. E' dell'ottobre di quest anno invece "II", il loro primo Ep, registrato grazie al primo premio di un contest locale che i nostri due hanno meritatamente vinto.
   "II" consta di cinque tracce, spesso molto varie tra loro, introdotte e sfumate da un Intro e un Outro ulteriormente diverse: queste sono le ultime create e ci svelano in anteprima il suono e lo stile che il duo sta acquisendo. Il viaggio sonoro dei Karawane è infatti un work in progress e dove li porterà non lo sanno nemmeno loro... sì perchè i due non amano fare progetti razionali per il futuro della propria musica, si lasciano da questa svelare e condurre, piuttosto... ragione per cui i brani dell'Ep sono capitoli a sè stanti, nati in situazioni e momenti diversi e come tali registrati su disco tanto in presa diretta quanto in multitraccia. Un percorso di registrazione insolito ed alternativo che ci porta dai suoni cupi, grevi e distorti di brani math prog di tiro a parti più melodiche e aperte, con dolci arpeggi della chitarra di Fabrizio; il tutto senza struttura fissa, come si conviene a una band sperimentale quali i Karawane sono. Un album strumentale da ascoltare per intero, quindi, se non vogliamo perderci nessuna delle molteplici sfumature musicali proposte da questo duo partenopeo e dello stile ricco e sofisticato del batterista Luca. Un progetto alla ricerca della sua identità definitiva e in quanto tale ancora un po' "acerbo", come loro stessi ammettono, ma che rivela un potenziale non indifferente: sicuramente un duo da seguire per vedere come le loro sonorità, varie ed imprevedibili, si possano evolvere nel tempo.
   Vi lascio finalmente all'ascolto integrale di "II" ai link qui a seguire e all'analisi più tecnica ed approfondita dell'album grazie alla recensione del nostro collaboratore Giac Drummer.



II Settembre 2014, Ep autoprodotto (Sperimentale, Strumentale)


Intro: Tema
1.AAW
2.Mass
3.Marte
4.Testa
5.Wilde
6.Sottovoce
Outro: Meta








RECENSIONE
KARAWANE "II" Ep 2014, Autoprodotto

Un duo avvolto nel mistero, che fa della semplicità ed essenzialità il suo punto di forza. Si definiscono, nella loro breve quanto concisa biografia, due “esseri umani che vivono sul pianeta terra. Ad uno piace far stridere cose, all'altro picchiare cose”.
E questo è fondamentalmente il contenuto del loro secondo lavoro, un e.p. , seguito ideale della demo omonima, registrata in autonomia in un garage e caratterizzato da un suono crudo e lo-fi.
Stavolta la formula si fa un po’ più consistente, la cifra stilistica e le loro idee vengono messe maggiormente a fuoco.
Alle presentazioni ci pensa un feedback lacerante, una chitarra distorta, che sembra quella del Jack White durante l’esibizione al Coachella del 2014. In “AAW”, i temi vengono sezionati, ritornano in andamenti suadenti e striscianti, che si tingono di venature stoner come nella successiva “Mass”, tra i momenti di maggior impatto emotivo del lotto, con un bel finale ambientale. Si prosegue nei medesimi territori tra scenari ossessivi “Marte”, gli arpeggi e le atmosfere post-rock di “Testa” e la saturazione pervasiva di “Sottovoce”.
Accattivanti ed efficaci nelle idee e meno nella realizzazione, spesso le ritmiche appaiono approssimative, particolarmente evidente nel brano “Wilde”. Un fattore poco accettabile in un duo scarno di math-core, che fa del minimalismo la sua forza e che dovrebbe giocare il tutto sull’incisività, la solidità ritmica e la continua (re)invenzione di “micro” soluzioni.
Le carte vengono scoperte ben presto, si utilizzano troppo spesso le medesime formule, stop and go, unisoni, e il suono volutamente lo-fi non aiuta nella ricerca di un suono composito.

6/10
Giac Drummer




Articolo ad opera di Giusy Elle


54. L'essenzialità e la sperimentazione dei KARAWANE


INTRO
   Con oggi parliamo di musica un po' particolare quale solo quella sperimentale può essere. Siamo al Sud, precisamente a Napoli, con il duo KARAWANE.
   La capitale partenopea è già usa ai power duo e assolutamente non estranea all'ambito sperimentale. Due sono le two-piece locali che ho seguito fin dal periodo di Myspace, e con i cui musicisti ho interagito per lungo tempo. Ricordiamo dapprima i MESMERICO, un trio nato nel 2001 che si trasforma in duo quattro anni dopo. Nel 2009 l'opera prima di Fabrizio Piccolo e Luca Bottigliero, l'album d'esordio "Magnete" (Octopus Rec), registrato in soli 2 giorni interamente in presa diretta al Blocco A di Padova da Giulio Favero del Teatro degli Orrori e che in una traccia vede anche la presenza al basso di Massimo Pupillo degli Zu. Una musica potente, connubio di vari generi (Hardcore, Metal, Noise) con l'occhio puntato all'Avant Music di Mike Patton. Una live band, più che da recording, tra le più interessanti realtà emergenti del panorama musicale napoletano dell'epoca, forte di un potente impatto scenico e sonoro: numerosi i palchi da loro condivisi con nomi illustri, dagli statunitensi No Mean No ai Cheval de Frise, da One Dimensional Band ai già citati Teatro degli Orrori e Zu. Purtroppo anche la loro un'esperienza conclusa per continuare il proprio viaggio in altre realtà musicali.
   Sulla falsa scia ecco comparire nel 2006 i PSYLOCIBE (anche loro nati qualche anno prima in trio), power duo dei fratelli Giovanni e Michele. Anche per loro un rock sperimentale di grande interesse.


BIOGRAFIA
   I KARAWANE sono invece un duo partenopeo di recente formazione risalendo la loro origine all'Ottobre del 2012; Fabrizio d'Andrea e Luca Sabata si incontrano in rete, grazie ai loro profili Soundcloud che all'epoca li vedevano impegnati in progetti di musica più elettronica e digitale. Provano da subito una certa affinità compositiva tanto da decidere di collaborare assieme on line, senonchè, dopo lo scambio di qualche mail, scoprono di abitare molto più vicini di quanto immaginassero! Fabrizio, il chitarrista, vive in città mentre Luca viene dalla provincia di Napoli, precisamente da Torre del Greco. Una volta in sala prove abbracciano strumenti più canonici e iniziano a "provare", provare generi e stili, esperimenti di vario tipo, in totale libertà dettata dall'ispirazione del momento. La musica che nasce da questo incontro, esclusivamente strumentale, è quindi molto varia e spesso ogni pezzo differisce parecchio dagli altri: la scelta di restare un duo, alla fine, è stata proprio a favore di questa grande libertà compositiva che li contraddistingue. Diciamo che l'unica costante della musica dei Karawane è una certa componente minimale che li caratterizza.
   Nel 2013 registrano una demo autoprodotta che però non trapela l'attitudine più energica che i due dimostrano in fase live. Molto più esplicativo del loro stile è invece "II", l'Ep ufficiale autoprodotto che vede la luce nell'Ottobre del 2014, registrato grazie al primo premio di un contest cittadino tenutosi al "Cellar Theory", un locale di riferimento per cultori che a Napoli promuove musica indipendente ed organizza parecchi eventi di spessore (alla direzione artistica, oltre allo storico proprietario Luciano, si è affiancato anche Marcello Giannini, chitarrista del duo Jazzcore ARDUO, e probabilmente è per questo che molti duo si sono esibiti su quel palco!). Tornando a "II", diciamo che si tratta di un 6 tracce con l'aggiunta di un'intro e un outro ad anticipazione della direzione futura che i due vorrebbero intraprendere, gli altri pezzi sono stati registrati sia in presa diretta ("nudi e crudi", a dimostrazione del sound minimalista dei due) che in multi-traccia con sovraincisioni. Volutamente vario, non segue per niente le linee guida in genere adottate a livello professionale: nella loro intenzione, infatti, l'album non doveva suonare "tutto uguale" dall'inizio alla fine ma ogni pezzo doveva avere il proprio suono, in quanto concepito in tempi e con intenzioni diverse. Anche in fase di recording un po' di sperimentazione non guasta! Quello che di sicuro possiamo dire dei Karawane è che si tratta di un duo purista, nel vero senso del termine, minimalista e sempre alla ricerca di nuove soluzioni sonore. La chitarra di Fabrizio è molto essenziale, i suoi spunti sono chiari e precisi e si muovono tra riff ed arpeggi, mentre il batterista Luca ama arricchire molto le composizioni, giocando sulle sfumature e sui continui cambi ritmici. Un'opera varia, come si diceva, sperimentale ma ancora melodica ed altamente fruibile. Un album originale del quale abbiamo il piacere di presentare la recensione (qui) ad opera del nostro collaboratore Giac Drummer.
   Fabrizio e Luca (classi '88 e '89) sono attualmente due studenti universitari (ingegneria edile/architettura l'uno, informatica l'altro) con interessi culturali di vario tipo e con alle spalle parecchi anni di gavetta in band dai generi più variegati: Fabrizio è passato da un primo gruppo strumentale alla classica cover band rock per poi sviluppare un progetto folk-acustico di inediti; attualmente suona la chitarra in un gruppo alternative-folk denominato Lamansarda. Luca invece si è mosso da una cover band dei System of a Down a un progetto reggae roots; da una banda da parata per feste di paese ad un quartetto di jazz standards, passando anche per gruppi da pub e innumerevoli, quanto inevitabili, progetti rock/metal. E' proprio quest'esperienza variegata ad aver arrichito il bagaglio musicale dei nostri due che ora hanno tutti gli strumenti per poter "giocare" a piacimento con i vari stili e sonorità. Il progetto Karawane è portato avanti in maniera assolutamente DIY (Do It Yourself) con autoproduzioni, poche presenze sui social network, nessuna agenzia di booking, di promozione o casa discografica per le loro pubblicazioni. Non curano l'immagine del duo tant'è che non avendo foto "ufficiali" di posa ne' scatti professionali dei loro live, questo articolo mantiene un profilo basso e minimale, ad eco della musica da loro proposta. Non ci sono rcensioni ai lavori dei Karawane ne' interviste ai due dedicate ma ci pensiamo noi dell'EDP a presentare debitamente questo duo! una valida band formata da due validi musicisti che hanno idee da sviluppare e maestria da vendere. Sono solo agli inizi della loro carriera e si stanno costruendo pian piano un suono e una miscela di generi del tutto personale, per cui teniamo pure sott'occhio Fabrizio e Luca perchè ce ne faranno ascoltare, di cose interessanti! Intanto parliamo di questo e altro con i diretti interessati nell'intervista a seguire mentre rimandiamo alla recensione dell'Ep "II" nell'articolo appositamente dedicato (qui).



INTERVISTA
1. Ciao Fabrizio e Luca, benvenuti nei nostri spazi EDP. Ci raccontate com'è iniziato il vostro percorso musicale personale? Come vi siete approcciati ai vostri strumenti?
Fabrizio: Ciao Giusy, ciao EDP. Io personalmente ho iniziato ad avvicinarmi alla chitarra sin da piccolo, quando a casa di mia nonna scovai una vecchia Eko Ranger 12 corde appartenente a mio zio. La cosa iniziò ad incuriosirmi, ma non sapendo suonare la usavo solo per giocare. Poi con il tempo e con l'aiuto di mio cugino, cantautore, iniziai ad imparare i primi accordi. Poi un po' di lezioni private con vari maestri e studio parallelo da autodidatta, che tuttora cerco di portare avanti.
Luca: Il mio approccio è stato tra i più banali possibili: alle superiori si stava formando la band di classe, mancava solo il batterista. Colsi l’occasione per avere una valvola di sfogo, ma in seguito scoprii di avere una vera passione per la musica. Per anni ho studiato con un grande maestro e mentore, mentre adesso continuo da solo, in tutte le direzioni possibili.

2. Quando vi siete conosciuti in rete stavate sviluppando delle idee di musica elettronica, com'è che uan volta incontrati "dal vivo" avete optato per una strumentazione più canonica?
F: Penso prima di tutto per un fatto di praticità. Poi personalmente io uscivo da una serie di gruppi fallimentari e avevo molta voglia di avviare qualcosa di serio e magari anche più personale, di diverso dalle solite cover band. E sin dal primo groove di Luca ho pensato che potesse nascere qualcosa di serio.
L: Per quanto siano grandi le potenzialità dei computer nella musica, non c’è davvero niente come il feeling degli strumenti tradizionali. Suonare insieme dal vivo avviene in primis così.

3. Karawane... da cosa è stata dettata la scelta del vostro nome? Una carovana fa pensare a una moltitudine di persone, non certo a un duo...
F: Sì, tradotto con Google, quello è il primo significato. Ma in realtà non ha un vero e proprio senso, anzi, karawane è un suono. Di per sè la parola deriva da una poesia dada di Hugo Ball, e a noi ci suonava molto "musicale".
L: Come l’omonimo poema, il nostro progetto non ha un’intenzione precisa: non c’è alcun senso né direzione prestabilita. Tutta questa libertà non è una scelta, ma un bisogno che ci nasceva da dentro: eravamo stufi di “comportarci” in un determinato modo o di fare “certe cose”. Per una volta volevamo suonare, punto e basta.

4. Come funzionano le vostre prove? Come nascono i brani targati Karawane?
F: Nascono da un vero flusso, da pura improvvisazione, quasi mai prepariamo cose a casa. Quello che facciamo di solito a casa è cercare di sistemare le registrazioni e riassumere il tutto. Poi torniamo in sala, risuoniamo le parti e cerchiamo di dare una struttura ai pezzi.
L: Il grande beneficio di registrarsi è che puoi sentire, oltre al cosa, come stai suonando: alle volte quello che in sala sembra grandioso, ad un ascolto più freddo non si rivela granché; altre volte troviamo piccole gemme che non credevamo così efficaci.

5. Mi sono sempre chiesta come si fa a dare dei titoli ai brani strumentali (a parte attingrndo al feeling che li ha ispirati)... nel vostro caso come scegliete i nomi per i vostri pezzi strumentali?
L: A caso, o anche solo per divertimento. Un pezzo si chiama Hic perché ci sembrava che suonasse a singhiozzi; Wilde si chiama così perché era in stile Into The Wild, ma un po’ cervellotico, dunque Wild → Wilde (Oscar). Alcuni sono solo indicativi (Tema), altri sono anagrammi (Meta), altri ancora anagrammi malriusciti, come Orsom Atlac, ispirato da Corso Malta, un futuro pezzo che dovrà essere più ingarbugliato dell’infernale tratto di tangenziale.
F: Un’altra cosa curiosa è legata a due brani, Marte e Pneumi, nati dal martello pneumatico che un paio di anni fa mi sono dovuto subire tutte le mattine a causa dei lavori al piano di sopra.


6. Fabrizio, in "II" hai un suono molto caldo e sempre scuro, nelle tonalità grevi: come intendi il suono della chitarra in una two-piece con batteria? Quale strumentazione usi?
Premesso che mi sono sempre considerato un chitarrista "ritmico" e non un "solista", sono sempre alla ricerca di un buon suono caldo e corposo che possa essere "presente" anche con poche e semplici note, cosa che in un contesto a due trovo fondamentale. La strumentazione che uso è abbastanza semplice, un overdrive, un octave, un fuzz e un delay per quello che riguarda i pedali, mentre quello di cui non posso fare a meno è l'utilizzo di due amplificatori, in stereo, di cui uno è per il basso. Credo che quel suono scuro a cui ti riferivi provenga proprio da lì. Una soluzione spesso usata dai duo chitarra e batteria puristi, in effetti...

7. Luca, tu hai alle spalle esperienze musicali molto diverse tra loro che ti hanno conferito un drumming vario e sofisticato. Come ti approcci, da batterista, alla chitarra di una line-up a due?
Adesso che ho piena libertà di suonare a modo mio, cerco di fare quello che "non si fa", ovvero evitare pattern fissi, andare controtempo, cambiare il timing, alternare dinamiche. E poi, se Fabrizio è il "ritmico" tra i due, io sono il "solista": tendo a suonare melodicamente, improvviso, faccio assoli. Il mio obiettivo è essere imprevedibile, cambiare le prospettive, cercare efficacia in nuovi metodi. Le mie più grandi influenze sono Bill Bruford, Jamie Muir e Rodney Holmes, mentre sono molto attratto dalla primordialità delle percussioni africane, che ho intenzione di introdurre nei pezzi futuri.

8. In questo vostro Ep avete aggiunto un Intro e un Outro ad anticipazione del percorso musicale che state prendendo. La musica dei Karawane è quindi in evoluzione e avete ben chiaro dove si sta dirigendo, volete descriverci questo percorso?
L: Dopo un primo approccio “sanguigno”, siamo pronti ad inglobare quelle sonorità attraverso le quali siamo entrati in contatto la prima volta, e che ci serviranno ad estremizzare ancora di più il nostro modo di suonare e la musica che ne può nascere. Personalmente non vedo l’ora!
F: Ora ci siamo procurati un po’ di strumentazione nuova sulla quale sfogare le nostre nuove idee, ma credo che sia difficile anticipare qualcosa, o cercare di definire un percorso.

9. La copertina del nuovo Ep "II" cosa rappresenta? Mi ricorda qualcosa di biologico visionato al microscopio...
L: Infatti. È una fotografia microscopica di bolle, risultato di chissà quale test. L’ho trovata per puro caso al lavoro, dimenticata in un vecchio NAS, e mi è subito piaciuta, specie per la composizione.
F: Per noi quell’immagine rappresenta qualcosa di minimale ed essenziale, ed è proprio quello a cui vorremo aspirare musicalmente. 

10. I vostri progetti futuri?
F: Riuscire a fare quanti più live possibili. Siamo comunque un gruppo emergente quindi vorremmo riuscire a farci conoscere e soprattutto a farci ascoltare. La dimensione live, per il tipo di musica che facciamo, è il modo più diretto per riuscire in questo.
L: Oltre a farci le ossa, suonare dal vivo serve a rafforzare l’intesa che c’è tra noi. Essere un duo in un contesto sperimentale richiede un livello ancora più alto di affiatamento. La cosa non è facile, ma ce la stiamo mettendo tutta.

11. Il vostro approccio di gestione del duo è tutto DIY: quali sono le finalità specifiche della vostra band, gli scopi che vi siete prefissati e che desiderate raggiungere?
F: Il DIY nasce per necessità: purtroppo oggi non si può pensare di poter fare semplicemente il musicista, quindi cerchiamo di fare di tutto un po', appunto in modo DIY. Cerchiamo di curare anche gli altri aspetti al di là della musica. Magari non ci riusciamo bene, ma almeno possiamo prendere decisioni autonomamente. Insomma ci prendiamo anche un po' di responsabilità così.
L: Con la cultura di Internet, del resto, non c’era altro modo per cominciare che autopromuoversi. Ma se ci pensi, è anche il punto forte della faccenda: chiunque può ascoltare i tuoi pezzi online, la tua musica si può diffondere liberamente e questo può farti conoscere nel mondo.

12. Mi pare di capire che apprezzate al meglio la formazione a due, ci volete dire quali sono per voi i punti di forza e le difficoltà di questa line-up?
F: Di sicuro un punto di forza è l'organizzazione, insomma non ci vuole molto a mettere d'accordo due teste, almeno fino ad ora ci siamo riusciti. Forse un punto debole potrebbe essere la mancanza di un basso o di una voce, ma abbiamo scelto di andare avanti così e per noi va bene e ci piace.
L: Cerchiamo di compensare gli strumenti “mancanti” con tutta l’energia di cui siamo capaci. E prossimamente anche con le nuove sonorità che vogliamo introdurre.

13. Avete suonato con altri power duo?
F: Purtroppo non abbiamo ancora avuto modo, ma qui a Napoli ci sono già altri duo all'attivo, sarebbe bello poter condividere lo stesso palco un giorno. Ma abbiamo ancora molta strada da fare.
L: In effetti, qui c’è gente davvero forte e noi ancora non siamo un duo veramente “power”. Ma è anche vero che il nostro progetto è ancora acerbo, sebbene in costante mutazione.

14. Com'è la scena musicale partenopea, al momento? Quali i generi musicali più diffusi e com'è la realtà dei locali cittadini che promuovono la musica udnerground?
F: Ora che stiamo suonando più frequentemente dal vivo siamo riusciti a conoscere altri musicisti molto validi. Forse l'unica pecca è che qui al Sud non è molto diffusa la musica strumentale. Sono pochi i gruppi strumentali, soprattutto quelli emergenti, ma siamo riusciti ad entrare in contatto con qualcuno di questi e speriamo di poter crescere assieme. Diciamo che per ora sono fiducioso. Per quanto riguarda i locali, noi siamo molto legati al Cellar Theory, che oltre ad averci battezzato musicalmente è uno, se non l'unico, locale capace di proporre musica interessante e sempre di altissimi livelli.
L: Riguardo al Cellar Theory, vorrei menzionare in particolare Luciano Labrano, Luca Paolella e Carlo Doino. Persone che, nonostante le mille difficoltà, hanno sin da subito avuto fiducia in noi, e ci sostengono da sempre. Ho dei bellissimi ricordi del contest tenutosi nella storica sede del locale in via Bonito, vicino la collina su cui sorge la certosa di San Martino. Quei luoghi rimarranno una parte indelebile della mia vita musicale, verso la quale il mio ricordo va ogni volta che suoniamo l’introduzione di Testa. 

Bene, siamo arrivati alla fine della nostra chiacchierata. Vi auguro di vivere ancora tante emozioni con la vostra musica e vi lascio concludere quest'intervista con parole vostre. Lunga vita al duo Karawane!
Fabrizio & Luca: Grazie mille del supporto! Ricambiamo il saluto, e lunga vita all'EDP! :)



DISCOGRAFIA
KARAWANE 2013, Demo autoprodotta

1. (Ansia di suonare)
 2.Kai
 3.Hic
 4.Anti
 5.Pneumi


Per ascolto: SoundCloud, Bandcamp

II 2014, Ep autoprodotto

Intro: Tema
1.Aaw
 2.Mass
 3.Marte
 4.Testa
 5.Wilde
Outro: Meta

Qui lo ascolti, lo scarichi, lo acquisti...
Qui la nostra recensione



Articolo e intervista ad opera di Giusy Elle




giovedì 29 gennaio 2015

53.RECENSIONE10: Terrestre by Samcro






   Dopo la retrospettiva del duo SAMCRO e l'intervista a Mario Caruso e Nicola Cigolini (qui) eccoci ora ad analizzare più a fondo "Terrestre", l'opera prima di questa 2-piece aretina. Lo faremo grazie alla recensione approfondita del nostro collaboratore EDP Bob Cillo, ma prima giusto una presentazione più generica da parte nostra.
   "Terrestre" è un album di nove tracce di buon sano rock'n'roll condito con venature garage blues per un risultato sonoro grintoso e coinvolgente che i due amano definire Blues Rock Garage. Le due anime musicali della band (blues "nero" del Missisipi e jazz per il chitarrista Mario, più rock anni '70 per Nicola) si fondono a meraviglia in questo album rendendolo un ottimo esempio di equilibrio tra eleganza e ruvidezza, tra classe e cattiveria... di facile ascolto (ma assolutamente non banale), ci porta a danzare, a pigiare sull'acceleratore dell'auto, a darci dentro durante le nostre corse al parco... non per svilire l'opera d'esordio dei nostri Samcro, tuttaltro! per farvi capire piuttosto il tipo di energia potente ed esplosiva che i 28 minuti di "Terrestre"ci riescono a comunicare... riff d'effetto, ruvidi e diretti per un blues viscerale sorretto dalla batteria precisa ed incalzante di Nicola.
   Registrato con suoni lo-fi di gran calibratura, è cantato in italiano per dare un po' di nazionalismo a un genere così lontano dalla nostra tradizione (scelta poco apprezzata dal nostro recensore che da sempre ha avversione per i testi in italiano ma che ha accettato più che volentieri di recensire questo album visti tutti gli altri suoi punti di forza) da una piacevole voce pulita di Mario, sorretta dai cori del batterista. I testi parlano di argomenti semplici, comuni, come i disagi causati da Trenitalia, l'attrazione carnale verso la propria donna, oppure si ispirano a film polizieschi, raccontando uno spaccato di vita quotidiana, da cui il titolo dell'intera opera, "Terrestre", appunto: "un’esortazione a tenere i piedi per terra e riflettere sui temi moderni della nostra società", ci spiega Mario in fase d'intervista.
   L'album è stato registrato in presa diretta, masterizzato e mixato presso Fotostudio da Gabriele "Mau" Maurizi e Tommaso "Risto" Ristori nel 2013, pubblicato dall'etichetta aretina Soffici Dischi in collaborazione con Warning Records nell'Aprile 2014 e distribuito da Audioglobe. Foto e grafica di Giorgio Cerrato.
   Due i singoli estratti dall'album, da cui i video in tema: "Terrestre" e "Parentesi". "Terrestre", prima traccia dell'album, è stata scelta come portavoce della musica dei Samcro in quanto, come loro stessi affermano, vero compendio delle anime del duo e reale connubio tra il blues più viscerale e il garage più spinto. Nel video, girato sul greto dell'Arno, il fiume vuole richiamare il mitico Missisipi (sulle cui sponde nacque il blues "nero" al quale in nostro chitarrista Caruso attinge a piene mani), mentre i sassi levigati, le "rocks", sono un chiaro riferimento alla vena rock portata avanti dal batterista Cigolini. Il video di "Parentesi" è più semplice e diretto, come il brano che ci sta dietro, inteso come un motivo facile, da canticchiare per strada. Si vede l'evoluzione dei Samcro, dalle serate passate a giocare a biliardo parlando del progetto duo, fino a una loro esibizione live: un assaggio di ciò che realmente si può assistere in una serata Samcro... Regia e montaggio ad opera di Mastrocinque Gaetano Maria. 

Video





TERRESTRE 2014, Soffici Dischi/Warning Records

1.Terrestre 2.Parentesi 3.Police Tango 4.Causa Effetto 5.Ritorno 6.Trenitalia.com  7.Cartone 8.Tu Come Stai 9.Un Motivo












RECENSIONE EDP by Bob Cillo
SAMCRO "Terrestre"
Cd 2014, Soffici Dischi/Warning Records -Audioglobe

I SAMCRO sono una formazione di Arezzo che si definisce, con quella dose di autoironia che non guasta mai, "un duo di barbuti in sovrappeso". Dalla foto di copertina sembrerebbe quasi che i due somiglino come fratelli ma la foto a figura intera che li ritrae sul retro fuga subito ogni dubbio a riguardo.
SAMCRO sta per "Sons of Anarchy Motorcycle Club, Redwood Original", una sigla altisonante e promettente presa a prestito da un gruppo di bikers divenuti personaggi di una produzione televisiva statunitense.
Le prime note che vengono fuori da questo 9 tracce ci introducono senza troppi preamboli in un suono ad alta energia, dall'impatto ruvido e potente come si conviene. Purtroppo a stemperare un po' l'entusiasmo iniziale subentra un cantato in italiano che stride un po' con le sonorità della band. Il chitarrista e cantante Mario Caruso e Nicola Cigolini, a batteria e voce, si avvalgono comunque di un ottimo lavoro di produzione, con suoni di stampo "Lo-Fi" ben calibrati e voci ben integrate nel mix senza emergere più del necessario.
Il brano di apertura è la title track "Tertestre", scelta anche per il video promozionale dell'album, e rivela subito due musicisti tecnicamente molto abili e determinati a farci ascoltare un album di rock'n'roll di ottima caratura, godibile dal principio alla fine. La Stratocaster di Caruso sfodera suoni coinvolgenti e trascinanti dispensando generosamente piacevoli echi di Hendrix e Stevie Ray Vaughan; questo risulta particolarmente evidente nei brani "Ritorno", "Trenitalia.com" e nella suggestiva strumentale conclusiva "Un Motivo". Sia però chiaro che non si tratta dei soliti fraseggi inflazionati e plagiati ma di piacevoli citazioni concepite con originalità e rielaborate con creatività e buon gusto. I due SAMCRO nelle note di copertina tengono difatti a specificare che questo "Terrestre" è un album "pensato", ancor prima che suonato e registrato, un album che vanta una track list composta interamente di brani originali. Una pulsione creativa non da poco in un periodo in cui troppi giovani musicisti finiscono intrappolati negli sterili e perversi meccanismi delle tribute band; un fenomeno che sta assumendo le proporzioni di una vera e propria piaga sociale. Troppi musicisti oggi si autocensurano rinunciando di fatto ad esprimere la propria creatività in musica, intesa come forma d'arte, preferendo uniformarsi pedissequamente a modelli predigeriti per loro dal mainstream. I SAMCRO, al contrario, sono teste pensanti e suonano la musica che amano con vigore e passione.
Unico disappunto, come dicevo, è il cantato in italiano un po' scialbo: tanto più che i testi dei brani non sembrano brillare per comunicatività, incisività ed efficacia e né trasudare l'attitudine che ci si aspetterebbe da una band che nasconde la definizione di "sons of anarchy" nel proprio nome.
In conclusione, l'unica provocazione che mi sento di lanciare a questo eccellente duo toscano è di guardare un po' meno ai Bud Spencer e di più a Jon Spencer: aumentare ancora impatto e spigolosità del loro ottimo sound, aggiungendo magari forza evocativa alle liriche.

7,5/10
Bob Cillo



Articolo ad opera di Giusy Elle