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sabato 11 aprile 2020

199. RAI'SE: la forza della Natura

Presenti nella nostra INSTRUMENTAL Vs VOCALIST Compilation

Presenti nella nostra NEW RELEASES 2020 Compilation

INTRO
Dopo gli scenari gloriosi ed intensi dei friulani The Haunting Green, del primo articolo del nuovo anno (qui), restiamo in un mood simile, con il duo di oggi, che con la band precedente condivide una posizione geografica (il Nord-Est del Paese), una predisposizione per l'elegia dei brani -sebbene non con lo stesso battito metronomico- e il riconoscimento dell'intima appartenenza dell'Uomo alla Natura.

RETROSPETTIVA
RAI'SE, vocabolo che in dialetto veneto significa 'radice', e che qui rappresenta proprio quello, la radice degli alberi, il sostegno della terra, la forza della Natura. Una Natura alla quale apparteniamo imprescindibilmente dalla nostra anomala evoluzione e alla quale dobbiamo saper riconnetterci. Le radici territoriali infatti, in questo caso non c'entrano. Mentre il batterista Luca Brunello (classe 1980) è originario di Vicenza, il chitarrista Fabio Silvestri ('77) si trasferisce in Veneto solo verso la fine dello scorso millennio, abbandonando volontariamente la caotica e inquinata Milano. Rinuncia di proposito alle proprie radici familiari, per trapiantarsi in un terreno più sano, meno schizzato e formalizzato, più 'naturale', insomma, mettendo inoltre la sua professionalità a disposizione dei più deboli, in questo caso lavorando per gli anziani ammalati di alzheimer.

Quando si incontrano, entrambi i musicisti hanno alle spalle un bel bagaglio musicale. Luca aveva fatto esperienza alle pelli con i generi più disparati (punk, ska, rock, noise) e militato pure nel duo basso-batteria, matematico e sperimentale, Mangia Margot mentre Fabio, già chitarrista provetto, una volta nel vicentino sperimenta vari progetti musicali, il più eclatante dei quali è la band post-hardcore Franky Four Fingers. I due si conoscono da lontano, si incrociano sui palchi, la scena underground del nord vicentino non è molto grande ma è solo nel 2016 che iniziano a collaborare insieme nel trio Alfamonx che, sia per necessità che per scelta, in breve rimane un duo.

Nel 2017 Fabio e Luca iniziano così a sperimentare con la sola chitarra e batteria, ricercando il proprio suono, la propria identità, che si assesta in una miscela di hardcore, post-rock e psichedelia. I Raìse, questo il nuovo nome, risultano così una band strumentale dai suoni graffianti e nervosi, dall'animo hardcore ma dai suoni bassi e tribali, in continua ricerca sonora, evoluzione e sperimentazione.

Negli anni a seguire suonano spesso live ed è soltanto nel corso del 2019 che decidono di lavorare sull'Ep di presentazione. L'album che ne scaturisce è un 6 tracce di quaranta minuti che viaggia con piacere, tra riff intriganti (a volte esplicitamente metal), botte e risposte tra gli strumenti, velocità da treno in corsa, ma anche momenti di melodia ad 'arieggiare' il tutto. I vari generi si fondono in un'amalgama personale mentre si dipingono spazi, grandiosi ed elegiaci, nonostante la furia di una batteria che incalza senza sosta e con i brani che si dipanano senza soluzione di continuità, come in una lunga suite di classica memoria.


Crepa! è il suo titolo... sarà la crepa del muro? Una crepa nei rapporti umani, sociali, interrazziali? Realismo o simbologia? Questo Crepa! si presta bene a una duplice interpretazione: può essere un vero e proprio imperativo, un urlo a pieni polmoni, rivolto a tutto e tutti (seppur non una maledizione, piuttosto un corato suggerimento, in quanto il sottotitolo - non stampato sulla cover- ci rivela il vero intento: Crepa come vivi!) ma anche una breccia, uno strappo nel velo di Maya, attraverso il quale si rivela la vera Natura delle cose. L'artwork dell'album, a firma Nicola Stradiotto, mostra proprio uno squarcio attraverso il quale si intravede una foresta in tutto il suo splendore.

Pronto da un po', la sua registrazione e pubblicazione risulta però travagliata. Pur di ottenere la botta sonora ideale, registrano una seconda volta le tracce di chitarra, questa volta usandone una baritona mentre la sua uscita, programmata inizialmente per Ottobre 2019 prima, e per Dicembre poi, tra la ricerca di un'etichetta e il ritardo nella stampa, vede la luce soltanto il 29 febbraio 2020, in piena crisi nazionale da Covid-19, uscendo, alla fine, completamente autoprodotto. Il release party era già stato realizzato al Csc Arcadia di Schio (VI) ed anche altre date, ma nel momento della presenza fisica degli album, i concerti iniziano ad essere annullati... poca fortuna al momento, per i Raìse, che andremo tutti ad osannare, a questo punto, una volta passata l'alta marea. Perché questo disco prepara proprio all'atmosfera live, dove ci si immagina a pogare, senza sosta, alla base di un palco; come disco si ascolta in ogni caso molto bene, i due sono assolutamente attenti alla ricerca dei suoni e le registrazioni si rivelano particolarmente accurate, grazie anche al lavoro di produzione di Alberto 'Charlie' di Carlo. Il suono degli strumenti tradizionali è inoltre amalgamato a tappeti di synth mentre nella terza traccia dell'album, l'atmosfera viene ulteriormente arricchita con l'intervento al theremin di Valeria Sturba, tutte parti usate come basi, in fase live, ma che prossimamente verranno avviate, all'occorrenza, dal pad elettronico del batterista. Interessante anche lo spezzone audio nella traccia "Commuovelalegge", con la voce di Gian Maria Volontè, tratto dal discorso dell’anarchico Bartolomeo Vanzetti al suo processo di condanna a morte negli Stati Uniti, mentre il tutto sfuma nel mare dell'ultima traccia...
All'attivo c'è anche un video per la terza traccia dell'Ep: le atmosfere notturne, di un bosco innevato, rappresentano le sonorità di "ønd/tA", come da visione di Andrea Colbacchini.

Procediamo qui con l'intervista a Fabio, il chitarrista del duo vicentino Raìse, mentre nel prossimo articolo potrete approfondire l'ascolto dell'album Crepa!, tra l'intrico sonoro delle sue tracce, con la recensione guidata del nostro Cesare Businaro. Buon ascolto a tutti , quindi, e buona comprensione del mondo oltre la crepa...

Link video:ønd/t https://vimeo.com/259491605
Ascolto integrale di Crepa! https://raise.bandcamp.com/album/crepa


INTERVISTA
1. Fabio e Luca, un saluto a voi. E' da un po' che vi seguo, e anche se non sono ancora riuscita ad assistere a un vostro live (provvederò al più presto) ho pensato bene di presentarvi comunque a tutta la Community. Benvenuti quindi in questi spazi virtuali Edp. Iniziamo col nome, di derivazione vegetale: raccontateci della sua scelta e della passione forte che vi collega alla natura.
F: Ciao, la scelta del nome è avvenuta spontaneamente ed il nome RAìSE (radice in veneto) è affiorato, lo abbiamo seguito nel suo percorso, fino a ritrovarci nel più fitto dei boschi…. finalmente a casa. Non è passione per la natura, più che altro è un’appartenenza indiscutibile, un legame che ogni individuo ha, ma oggi più che mai si sta modificando, dimenticando, cementificando? Le conseguenze e gli scempi sono ben visibili, soprattutto nella nostra zona.
Con la nostra musica diamo un suono a questo legame, a quell’energia che nonostante tutto sarà sempre alla base della vita di questo pianeta, per noi fonte d'ispirazione, un tumulto senza armi né ideologie come può essere un'eruzione vulcanica o semplicemente una brezza che soffia dal mare, inarrestabile e realmente anarchica. Indipendentemente dalle nostre scelte alimentari o stili di vita non sventoliamo una bandiera ambientalista, noi siamo parte dell’ambiente, come lo può essere un fiore, piuttosto che un pesce o un albero, è normalità.

2. Il vostro combo è il frutto della riduzione di un trio, come spesso accade. Dichiarate però che la scelta finale di restare un duo è una decisione ben precisa. Luca aveva già avuto esperienza in un duo basso-batteria; avevate altre 2-piece band come riferimento?
Luca (ritmi) aveva già militato in un combo duo in passato, i Mangia Margot e credo che non si sia trovato male, ma era tutt’altra storia e sonorità.
Per quanto riguarda la potatura del trio, ogni pianta si modifica nel tempo, vuoi per l’esposizione al sole, vuoi per non soffocare, ma tutto senza grossi traumi (basta che non si avvicini l’uomo) . Lo stesso è stato il nostro percorso/decisione di lavorare in due. C’era una situazione nella vecchia formazione che stava diventando nociva o comunque non ci dava respiro e una volta capito tutti che era insostenibile abbiamo concluso l’esperienza del trio e ci siamo detti: “siamo in grado di esistere anche senza basso? “, nel giro di pochi istanti eravamo già in stanza a menare come pazzi... prendiamo decisioni seguendo l’istinto, non abbiamo riferimenti, “ciò che deve accadere, accade” e “it's the only way”.
Certo, la nostra conformazione è un duo, ma spendiamo qualche parola riguardo a questo; se si è realisti, basta una voce, per far decadere la definizione duo, noi lo intendiamo con due strumenti che suonano… che siano pernacchie e violino o voce e chitarra, 2. Quindi se dobbiamo fare qualche nome possiamo dire Hella o Zeus! Band dove in due si fa tutto. Ma sia chiaro non prendiamo spunto da nessuno, solo da noi.
Dietro al nostro nome c’è un sottobosco dove le radici scorrono, senza l’incontro e l’unione dei nostri suoni o meglio le nostre radici, fino a chi ci ha ascoltato, mixato, prodotto (credendo nei nostri suoni) non potremmo di certo sentirci completi davanti al lavoro finito. Per noi questo terreno è importante e non è dipeso solo da noi. Nel cerchio comprendiamo anche le grafiche che ha seguito un spirito libero come Nicola Stradiotto, fino al lavoro sonoro svolto insieme ad un nostro caro amico e gran talento come Alberto Charlie di Carlo che nel momento più difficile ha detto “Il disco può essere una fucilata in faccia”, noi gli abbiamo trovato le munizioni…. Si è messo dietro il mixer e microfoni fino a che non abbiamo sentito la terra tremare. Non abbiamo messo una pietra sulla lineup (sarebbe autolesionista a livello artistico per noi darci limiti), ma non abbiamo avuto molti stimoli guardandoci intorno per collaborazioni; è già un miracolo esserci incontrati noi due.

3. La sfida del duo è sempre quella dei suoni. So che voi ci avete lavorato sopra parecchio, optando anche per l'ausilio dell'elettronica. Raccontateci un po' come siete arrivati alla vostra specifica soluzione sonora.
Fin dall’inizio, ancor prima di dare un titolo a brani e disco, eravamo in cerca di una persona che potesse costruire il prodotto con noi, parliamo soprattutto a livello di produzione. Fare un disco riprendendoci e basta, lo possiamo fare anche da soli, con poche spese, magari in un parco e in presa diretta… Volevamo qualcosa di più, che si avvicinasse ad una sensazione. Avevamo in mente -indipendentemente dal fatto che piaccia ad altre orecchie o a chissà- di sentirci rappresentati nelle nostre sensazioni schiacciate su disco, come davanti ad uno specchio o meglio riflessi in uno stagno dove oltre alla tua immagine vedi anche il contenuto nell’acqua, quel mondo che sta dentro e dietro alle nostre canzoni, la profondità dei suoni.
Qui rientra in gioco il “ciò che deve accadere accade”: non soddisfatti delle registrazioni fatte in precedenza ci siamo ritrovati un po' ingabbiati, come se sai di poter dare molto di più, ma non riesci a trovare chi lo amplifica… Una sera mentre eravamo in studio presso l’Haunted studio di Castelgomberto a mixare una preproduzione di materiale nuovo con Charlie (Alberto Charlie di Carlo), ci siamo un po' appassiti pensando che il disco non suonava, restava schiacciato, secco, insomma non era come lo avevamo ideato, ma era lì in un file. Abbiamo tenuto le batterie registrate da Enrico Baraldi al Vacuum studio di Bologna, abbiamo venduto Stratocaster e Gibson per una Squire baritona e abbiamo rifatto le chitarre con setup e suoni più elaborati, più profondi innanzitutto. Poi ci siamo messi davanti ai monitor con Charlie e abbiamo iniziato il lavoro di produzione, gli canticchiavamo le nostre sensazioni e lui con synth e marchingegni vari le costruiva.
Nel giro di due mesi il disco era pronto e pulsante, le radici rincominciavano a nutrire l’organismo e le foglie rincominciavano il loro ciclo, spingendo sempre più in alto l’arbusto, fino a vedere anche il mare.

4. Come integrate le parti elettroniche e l'intervento di theremin di Valeria Sturba, per esempio, in fase live?
Grazie al nostro uomo del suono, Charlie, siamo arrivati all’utilizzo di un player che manda le produzioni (parti del disco) in sincrono con la nostra musica, quindi abbiamo dovuto adottare il famoso “dito nel culo”, il metronomo. Parte il countdown e poi giù tutto, rigorosamente sincronizzato, insomma è impossibile che un nostro live non sia identico al disco. E’ una soluzione un po' matematica all’inizio, ma ormai riusciamo a gestirla dando anche dinamica alle nostre performance, quasi come suonassimo con un entità, come fossimo in una foresta, noi suoniamo come dannati e le produzioni danno quel tocco di surreale.
E’ molto potente in fase di composizione perché permette di concentrarsi più sull’immagine finale del brano senza dover riempire la song di riarrangiamenti per renderla completa. Ad esempio “commuovelalegge”, nel finale, Gian Maria Volontè nella parte di Bartolomeo Vanzetti ne è un esempio, avevamo già deciso di dare voce alle sue parole e alla fine grazie all’elettronica ad ogni nostro live il buon Gian Maria e Bartolomeo possono rivivere, proprio con noi.

5. Dalla registrazione del vostro primo Ep ad oggi, so che ci sono ulteriori evoluzioni sonore, la batteria non era ancora nel suo assetto finale... è così?
L’evoluzione è una variabile fondamentale per chi non vuole solo sopravvivere, per chi non vuole fare sempre le stesse cose e noi abbiamo tante idee a disposizione. Abbiamo rivisto i nostri setup molte volte, dalla scelta di utilizzare una chitarra baritona e un biamp (ampli chitarra e basso) nei live, alla scelta di escludere il charleston (sostituito con un tom) eliminando l’utilizzo riempitivo dei piatti nella batteria. Abbandonando strutture dove la batteria tiene il tempo sul charleston e poi apre nei ritornelli sui piatti, ci angoscia… fatto, rifatto, ha stufato. Noi la percussione la viviamo nell’attitudine tribale, viviamo la batteria come uno strumento a sé, con dei suoni che compongono le melodie, legate molto bene alle costruzioni della chitarra e degli ambienti.
Non sappiamo ancora con quale setup lavoreremo prossimamente e non escludiamo nulla, neanche che ci presenteremo con delle lastre di alluminio o con delle trombe della Mongolia fatte con le ossa, quello che ci passerà per la mente e si formerà con i nostri prossimi suoni e con le prossime esperienze, lo faremo.

6. Crepa! è il titolo del vostro primo lavoro discografico. Quel punto esclamativo lo trasforma in un grido... è rivolto a qualcuno o qualcosa in particolare? Da qualche parte nei vostri social ho visto scritto: Crepa come vivi! Andiamo un po' più a fondo di questi significati...
A buon intenditore poche parole... scherziamo!!! Di sicuro il punto esclamativo non è a caso… Abbiamo vomitato un titolo con un doppio senso, una fessura, e come definisci tu, un augurio, uno sfogo. Crepa intesa come fessura la vediamo come un punto d’osservazione della terra con una carica romantica enorme, olistica, un approccio alla vita, la sensazione contraria di quando si trova uno squarcio, su di un muro o nel suolo, noi l’abbiamo trovata accessibile, dove annientare le proprie certezze, l'ego e la mente, il vero buco pericoloso.
L’augurio… da tempo ci viene detto che siamo poco social, le foto, le massime, cosa mangiamo o il fatto che la vita, bla bla bla, questa non è la nostra musica, ma vediamo che il cianciare sta diventando una professione e le professioni (anche in ambito artistico) sono sputtanate da dei chiacchieroni che annaspano nel letame della social-mediocrità, credendo di creare, solo la ripetizione della ripetizione (e fanno perdere un sacco di tempo e terreno alla genuinità), cover band di se stessi, ne abbiamo incontrati tanti e aver portato il disco fino al suo stato solido (stampato) per noi ne è un esempio, è stata forse una delle salite più difficili che abbiamo dovuto affrontare, questo augurio è un atto dovuto. Come dire buon natale con il dito medio eretto. Crepa come vivi è una bella frase, se ci si riflette sopra, è guardare dentro la crepa! Se non si vede niente… resta solo il Crepa! E Amen.

7. Una domanda sui titoli, ma dove li avete pescati?
1. Driepapegaaien -Fabio e sua moglie Veronica, durante un viaggione in Olanda restano ammaliati da tre pappagalli che vivono sugli alberi vicino alla loro abitazione e durante un'esperienza lisergica riscontrano che anche nella loro stanza ci sono tre quadri di tre pappagalli... Da lì il titolo.
2. Se(a)rch)o -è Cerca (in inglese) e Cerchio (in veneto) allo stesso momento... ci ispirava questo titolo, una danza in cerchio in cerca di qualcosa...
3. ønd-tA -originariamente la chiamavamo 'la zozza' perché boh... poi ci ha ispirato anche un moto di onde, ma sempre zozze, quindi onta=sporca, in dialetto.
4. Crepa! -già parlato ampiamente, è il nostro pezzo pop.
5. Commuovelalegge -in nome della legge io ti dichiaro morto... come vuole, commuove.
6. Colmare -è un colmare di sensazioni ed in più è una canzone col mare...

8. Com'è il vostro approccio creativo? La musica dei Raìse parte dall'hardcore: come riesce infine ad amalgamare tutte le vostre influenze passate?
Noi partiamo dall’hard core? Noi ci sentiamo una attitudine hard core, amicizia, lealtà e nessuna ideologia, non ci ispiriamo musicalmente a nessun genere, non facciamo musica per compiacerci, questo vale in ambito artistico e nella vita, da schiavi, al di fuori della musica, come ci poniamo o pensiamo, lo decidiamo noi... e le conseguenze poi sono le sfide. Le influenze passate le abbiamo prese e messe in un buco, cosparse di benzina e bruciate, poi ricoperte di terra e abbiamo fatto crescere le nostre radici, non rinneghiamo, ma senza passato e futuro noi siamo diventati amici e condividiamo prima di tutto questa pazzia. E indietro non si torna, mai.
Le canzoni le immaginiamo, poi le suoniamo, tutto qui. Non abbiamo un metro di giudizio, iniziano, finiscono come le nostre giornate, più o meno belle.

9. Domanda d'obbligo di questi tempi... le attività artistiche prima e tutta l'economia nazionale in un secondo momento, hanno subito uno stop forzato dall'attuale emergenza sanitaria (Covid-19 all'arrembaggio); la situazione è piuttosto surreale, tra chi ancora minimizza l'evento come una banale influenza e chi si è ritrovato a militare in prima linea, in situazioni di estrema emergenza. In mezzo ci stanno tutti gli altri, chi da sano ha subito quest'imprevedibile ondata, in grado di fermare le attività lavorative e persino ad isolarci gli uni dagli altri.
Tutti i settori stanno subendo danni economici in merito, il settore artistico tra i primi. Come vedete voi questa insolita realtà? All'inizio questi obblighi precauzionali sembravano eccessivi e quasi finalizzati allo stroncamento del settore artistico. Alla luce dei nuovi sviluppi, cosa vi sentite di dire in merito?
Noi non vorremmo commentare ciò che sta avvenendo, ma vediamo e ascoltiamo. La terra è stata tirata troppo… noi specie umana vogliamo sempre fare tutto senza conseguenze, non ascoltiamo né tantomeno osserviamo segni. La bilancia è la natura e abbiamo imparato a non giudicare le reazioni della terra… è duro da ribadire ora, ma nel kaos si trova sempre più equilibrio, godiamo camminare in strade deserte, oppure osservare il blu del cielo, cosa impossibile qualche mese fa.
Dal punto di vista economico non ci preoccupiamo, come detto prima, viviamo come schiavi del benessere (cartellino da timbrare) anche se abbiamo la possibilità di scegliere se vivere in affitto o acquistare una casa, solo attraverso la nostra più totale disobbedienza a questi stati d’animo di preoccupazione o di speranza, possiamo comprendere effettivamente chi sta peggio di noi… ed il globo ne è pieno, quanto si distrugge per avere vacanze da condividere su qualche social o per dire la nostra frasetta zen?! Eccolo il CREPA! Vedi che torna? Siamo ben coscienti che ci sarà un disastro a livello economico, ma infondo…il capitalismo è disastro.
In questo specifico caso sono le restrizioni sulla libertà, il paradosso, ora viene a meno senza una guerra, senza carestia, ma per tutelarci, l’uno dall’altro… non dobbiamo venire a contatto! Per chi conosce un Virus, sa benissimo che il peggiore di tutti i virus siamo noi. Vogliamo il controllo e libertà, tu dici che cambierà in meglio la vita nel post-corona? In quanti si domandano cosa passeranno le terre che abbiamo svuotato, dove si muore per malattie banalissime, dove non esistono servizi o meglio esistono raffinerie, ma senza ospedali? Cosa accadrà in Africa, quando arriverà il covid-19? Vogliamo salvarci solo a livello economico, pensiamo solo a salvare l’economia squilibrata che sta modificando l’unica nostra vera risorsa, la terra. Ora più che mai Vanzetti è verità, molto chiara. Tanto vale camminare e non fermarsi, fino in fondo, lottare per la sopravvivenza e cercare di fare meno danni possibili. Non ci piacciono questi argomenti.
Parlando d’arte, l’arte non ha bisogno di soldi, basti guardare quanta poca innovazione è stata fatto in Italia e quanta ne esportiamo, scimmiottiamo tutto e non è colpa del virus se non si può più suonare nei locali, (i pochi rimasti aperti) non si ha vita facile, (guarda noi) devi garantire la consumazione, devi conoscere quello... devi piacere… noi piuttosto bruciamo gli strumenti e fine.
Finché in Italia per crescere c’è sempre e solo un modo; un bel culo da baciare…
Insomma Giusy come si fa a non ammalarsi continuando a baciare culi? Preferiamo la fame più terribile e suonare con oggetti raccolti dai rifiuti… Ma tutto andrà bene, sempre per i soliti…

10. Quali i programmi dei Raìse per il prossimo futuro?
Crepare come viviamo!

Bene, siamo arrivati alla fine, Fabio. Grazie per aver condiviso con noi la vostra esperienza musicale a due. Appena finisce l'emergenza sanitaria assisterò sicuramente a uno dei vostri live, ed invito tutti a fare altrettanto. A presto!

Link band: Facebook / Bandcamp


DISCOGRAFIA
CREPA! 2020, Autoprodotto (Experimental, PostCore, Metal)

1.Driepapegaaien 2.Se(a)rch)o( 3.Ond/t 4.Crepa! 5.Commuovelalegge 6.Colmare





Qui lo ascolti
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Articolo e intervista ad opera di Giusy Elle


mercoledì 25 marzo 2020

198. RECENSIONE69: Miasma by OvO



Da sempre band estrema e in evoluzione, gli OvO riescono ancora a stupirci, dopo vent'anni, con un nuovo album, il nono della loro onorevole carriera. Miasma il titolo, un miasma di suoni ed emozioni, il suo contenuto.

Grazie all'introduzione dell'elettronica, a partire dalla pubblicazione di Abisso (2013, Supernatural Cat), e al contributo di un maestro del suono come Giulio 'Ragno' Favero (La Bottega degli Orrori), in questi ultimi tre album Stefania Pedretti e Bruno Dorella raggiungono uno stile maturo, originale e potente, un mix incendiario tra rock ed elettronica, tra la potenza del tribale e le sonorità del futuro. Con Miasma ci troviamo sempre nell'ambito del noise estremo e dello sludge, ma con una virata particolare verso le radici hardcore del duo.

L'album di 11 tracce esce per la canadese Artocrafft Records il 7 febbraio 2020, alle soglie della pandemia da Coronavirus. Quasi come in una terribile profezia, i cancelli si spalancano e tutto il denso e purulento male, condensato nel simbolismo del miasma, inizia a dilagare per il globo intero. 'Miasma'... vocabolo nato a descrivere il suono marcio ed avvolgente che caratterizza questo album, si estende concettualmente al male di questa società perversa, destinata alla sua stessa distruzione. Nessuno poteva prevedere come questa parola, caduta ormai in disuso, potesse tornare così incredibilmente attuale, anche a descrizione dell'emergenza sanitaria che stiamo tutti vivendo.
Conseguenza di questo storico momento critico e delle restrizioni adottate per il contenimento dei contagi, anche il Miasma-tour, ormai in pieno sviluppo europeo, viene prematuramente interrotto.

Per conoscere i dettagli della genesi dell'album, i particolari del video, la scelta degli special guests, la retrospettiva del duo, ma soprattutto leggere l'interessante intervista con Bruno Dorella, invito alla lettura del nostro articolo d'approfondimento, appena pubblicato. Qui procediamo con l'ascolto dell'album e la sua recensione a firma Giacomo Guidetti, bassista del duo bolognese Ka.
Buon ascolto, amici di quarantena...

Video:

Contatti Band:


Miasma credits:
Scritto e suonato da Stefania Pedretti e Bruno Dorella
Mixato da Giulio 'Ragno' Favero
Special guests: Årabrot (track 7); Gnučči (track 4); Gabor Holiday Inn (track 10)
Pubblicato il 7 Febbraio 2020
Etichetta: Artocrafft Records (Canada)
Formato: Cd e Vinile rosso in tiratura limitata

Qui lo ascolti

Miasma 2020
Artocrafft Records
(Electronoise, Sludge,)

1.Mary Die
2.You Living Lie
3.Queer Fight
4.Testin My Poise
5.Psora
6.Lue
7.L'Eremita
8.Sicosi
9.Incubo
10.Burn de Haus
11.Miasma


RECENSIONE
OvO Miasma
Lp 2020 Artocrafft Records

Il Miasma è fra noi. In ogni senso, di questi tempi. Il nuovo disco degli OvO è ossessivo, confuso, caotico, scuro e malsano, come l’esalazione venefica da cui prende il nome. Le ritmiche martellanti e serrate, le voci deliranti e l’elettronica pesante e industrial si mescolano in un assalto sonoro – come solito, ormai – che pervade tutto il disco, come un vapore che s’insinua ovunque. Il risultato di questa alchimia di elementi è un’atmosfera biomeccanica che mescola passato e futuro, facendo di Miasma una sorta di omuncolo per metà cyborg e per metà mostro ctonio. Questo esperimento-rituale non è però una visione febbrile isolata ma un’allucinazione collettiva, dal momento che vi si aggiungono molti nomi – una lista dei quali non renderebbe loro giustizia. In sintesi: questo nono disco degli OvO è un nuovo subbuglio tormentato e furente di elementi contrastanti che cerca con ogni mezzo di creare nuovi punti di rottura.

Giacomo Guidetti
7/10


Articolo ad opera di Giusy Elle


197. OvO: vent'anni e non sentirli



Presenti nella nostra INSTRUMENTAL Vs VOCALIST Compilation
INTRO
Nel panorama dei duo chitarra-batteria nazionale, ma direi anche mondiale, ormai, non si può prescindere dalla presenza degli OvO, una 2-piece di noise estremo, forte di una carriera lunga e lungimirante, sempre attenta all'evolversi dei tempi. Ci aggiorniamo con Stefania Pedretti e Bruno Dorella al rientro dalla prima parte del loro Miasma-tour, interrotto causa la recente pandemia di Covid-19, per parlare del disco ma anche, ovviamente, degli strani sconvolgimenti di questa era.

RETROSPETTIVA E AGGIORNAMENTO
Iniziava il nuovo millennio quando Stefania Pedretti (chitarra, voce) e Bruno Dorella (batteria), attivisti nei centri sociali e nelle squat lombarde, imbastivano le prime tracce degli OvO. Paradossalmente, il progetto nasce come un collettivo aperto, eppure il duo chitarra elettrica-batteria che ne scaturisce è tra i primissimi in Italia, resiste nel tempo cavalcando i decenni, fino a festeggiare il ventennio della propria carriera. Gli OvO lo fanno alla loro maniera, con la pubblicazione dell'ennesimo (nono) album in studio, Miasma, che già dal titolo ci prepara all'atmosfera togli-fiato delle sue composizioni, ma anche alla società insalubre nella quale ci troviamo a vivere.

Grazie all'internazionalità e alle proposte estreme dei gruppi che frequentavano all'epoca la scena underground lombarda, gli OvO hanno da subito costruito un progetto alternativo, insolito, estremo ma altamente interessante, che ruota attorno al mondo del noise, del punk e dell'hardcore. Dal look alla proposta musicale, tutto parlava di ricerca, da una parte, e di provocazione alla normalità delle cose, dall'altra. Batteria minimal e tribale, chitarra distortissima, voce diabolica e tenebrosa, forma canzone inesistente, volti mascherati... nel corso degli album il suono si evolve ma non la filosofia del duo che, nonostante il successo all'interno di un pubblico di nicchia mondiale, resta sempre fedelissimo all'etica Do It Yourself, gestendo in toto l'organizzazione della band e dei suoi lunghissimi tour. Sostanzialmente live band, il duo OvO si esibisce in tutto il mondo, dal Brasile agli stati Uniti, in epoca pre internet, fino alla Cina e Nepal dei giorni d'oggi, inanellando una catena di ormai oltre mille live.

La carriera musicale degli OvO può essere stilisticamente divisa in due, con uno spartiacque che, profeticamente, viene sancito dalla pubblicazione di Abisso (2013, Supernatural Cat) e che coincide anche con l'abbandono delle maschere. Tutto ciò che viene prima, sembra solo un graduale percorso di avvicinamento, tutto ciò che viene dopo, ci presenta una band nel pieno della sua maturità artistica. Bruno suona ora anche il charleston, abbandonando la sua postazione percussiva eretta, ma ciò che realmente fa la differenza e prepara al grande salto di qualità, è l'introduzione dell'elettronica nella propria lineup. I tempi cambiano e gli OvO sanno cavalcare le tendenze, senza con questo snaturarsi, anzi, l'introduzione di synth e sampler è così particolarmente adattata allo stile precedente da creare un sound totalmente nuovo, pazzesco ed apocalittico, a marchio inconfondibile del duo; splendidamente amalgamato e personale, è un suono organico tra rock ed elettronica, tra la potenza del tribale e le sonorità del futuro. Molte 2-piece chitarra-batteria arricchiscono il proprio suono con l'ausilio dell'elettronica, ma nessuno prima degli OvO aveva raggiunto questa mirabile fusione, che, se mai ce ne fosse stato bisogno, rivela l'assoluta genialità della band, mentre il mostruoso muro di suono che ne scaturisce, ispessito dall'elettronica, fa sì che i due vengano sempre più spesso associati alla coppia statunitense Lightning Bolt. Con Creatura (2016, DioDrone) questo percorso di crescita prende vita propria; con Miasma (2020, Artoffact Records), l'album del ventennio, la magia si perpetua.

Potremmo considerare gli OvO come una band in-progress, dove è il suono stesso ormai a decidere che piega prendere, di volta in volta: basti pensare che vista la nuova strada imboccata, Bruno e Stefania si erano quasi decisi di utilizzare solo l'elettronica, per quest'ultimo lavoro discografico... invece il suono misto, sporco ed impastato che ne stava uscendo, era il più interessante mai raggiunto, tanto da lavorarci sopra fino a valorizzarlo con il solito intervento di Giulio Favero, gran produttore tecnico, che ha saputo, come negli ultimi due album, conferire una marcia in più al già ottimo lavoro di base dei nostri due. Come sempre, persino le band stentano a riconosce il proprio lavoro dopo l'intervento di Favero, come se sotto le sue abili mani, quasi di alchimista, si compiesse il miracolo della trasmutazione, della sublimazione di un suono di base nella visione ideale della band stessa. Il suo mixaggio su Miasma esalta così la sporcizia dei suoni riuscendo però nel contempo a renderli leggibili e vellutati, esaltando così la doppia natura, velenifera e gloriosa, delle sue composizioni. Un suono lercio e morboso, quello ricercato dagli OvO, in grado di esprimere fin da subito il disgusto per il male (sociale, politico, economico, ecologico) che dilaga tutt'attorno, fino a soffocarci.

by Emil Foudelman photo
Con l'introduzione dell'elettronica, anche l'approccio compositivo subisce dei cambiamenti: tutto parte ora da pattern di batteria, od elettronici, di Bruno ed amici vari, Stefania si lascia ispirare da alcuni, scegliendoli, dopodiché inizia la post-produzione dei pattern stessi, per amalgamarli in qualcosa di definito, e solo in ultimo viene aggiunta la chitarra e il particolarissimo cantato. Come in un gioiello realizzato a mano, ogni passaggio rivela il prodotto finale, ma solo in ultimo si svela il suo vero splendore, in un processo di costruzione coinvolgente ed esaltante, che spesso suggerisce le sue stesse variazioni. Ecco quindi che l'album, inteso come puramente elettronico, si rivela una bomba nei suoi suoni misti, "ed è stato subito chiaro che stava venendo un disco molto più hardcore rispetto al passato [...] un omaggio alle radici hardcore piuttosto che a quelle metal o noise rock. La scelta dei campioni e dei field recordings, poi, lo ha portato verso una sorta di sporchissimo industrial punk, da cui è nata l'idea del Miasma", come spiega Bruno in una sua intervista.

Bruno e Stefania amano da sempre le collaborazioni e grazie alle loro numerosissime amicizie, collezionate nell'arco di vent'anni socialmente molto attivi, anche in quest'album decidono di introdurre una serie di special guest, ma dei più disparati ed inattesi! Oltre a contributi nei pattern elettronici (a034, Paolo Bandera, Eraldo Bernocchi, Giovanni Lami, Matteo Vallicelli, Ripit), troviamo anche delle collaborazioni vocali, con tre anime completamente diverse: non ci stupiamo della scelta di amici di vecchia data, come del gruppo norvegese metal Årabrot, o del più recente Gabriele Lepera (Gabor) dei synthpunk Holiday Inn, ma cosa dire della trapper svedese Gnučči? Personaggio impossibile da immaginare in un album così distante da certi stilismi, eppure scelta dalla stessa Stefania dopo averla conosciuta nei tre anni di programmazione al Festival di Santarcangelo. E' risaputo che Stefania ama sperimentare, liberamente e senza confini: "una trapper nel disco degli OvO dimostra che le barriere sono molto più nel pubblico che nei musicisti" come sottolinea giustamente Bruno. Del resto anche il pubblico del duo è cambiato in questi anni, diventando sempre più variegato, per età e generi musicali di appartenenza.

Anche per la copertina dell'album la scelta ricade su un artista originale, il tatuatore Michele Servadio, ormai naturalizzato londinese, che dopo aver acquisito le informazioni alla base di Miasma, interpreta questo subdolo concetto in una serie di proposte. Tutte e sette le bozze trovano posto, alla fine, nel booklet del Cd. Nuova etichetta infine per questo nono album in studio, la cui scelta ricade sulla canadese Artoffact, già portavoce di band di punta come gli Ohm.

Ad anticipazione dell'album, uscito il 7 Febbraio 2020, non manca ovviamente un video: come singolo si sceglie “Queer Fight”, la terza traccia, che propone un tema molto caro al duo, ossia l'accettazione della diversità, rappresentata qui al meglio nell'alterità di genere. Il messaggio è quello di lottare per ciò che si è, in maniera sana e positiva, sublimando in tal modo la rabbia che si cela in ogni essere oppresso. E' proprio in questa traccia che Stefania, per la prima volta, si esprime con qualche vocabolo di senso compiuto, in italiano... quasi un'urgenza di comunicazione chiara e diretta, a differenza della lingua del tutto personale e inintelligibile, usata solitamente nei testi degli OvO.

Foto di Erica Schneider
Dopo il release party del 13 febbraio al Freakout di Bologna, inizia la prima parte del Miasma Tour che, oltre in Italia, prevede date dalla Francia all'Ungheria. Si incomincia senza troppi problemi: allo Scumm di Pescara, al Klung di Roma con la presenza sul palco di Gnučči, al Circolo Gagarin di Milano. Nel frattempo però si sono verificati i primi casi di contagio da coronavirus in Italia e in breve la situazione degenera, a partire dalla Lombardia. Il 6 marzo la data al Blah Blah di Torino viene annullata... Fortunatamente il tour procede in Francia, dove la situazione sembra meno pericolosa e la vita continua come al solito. Altre belle date a Marsiglia, Tolosa e Rennes, quando l'emergenza scoppia ormai in tutta Europa e anche gli OvO sono costretti a capitolare, sotto l'ondata di un vero e proprio Miasma, quello vero, però... tutte le date in Germania, Austria ed Europa dell'Est, vengono definitivamente annullate. Sul loro Bandcamp, dove potete acquistare le versioni di Miasma in formato digitale, Cd e Vinile rosso a tiratura limitata, è stato aggiunto ora anche un pacchetto speciale nel numero di 5 copie, il cui incasso sarà devoluto alla campagna di aiuto per l'emergenza Covid-19 organizzata da Artocrafft Records.

E' in questo insolito e triste contesto che contattiamo Bruno, per aggiornarci sul disco ma anche sulle difficoltà di questo imprevedibile momento storico. Per la recensione al loro Miasma, rimandiamo invece all'articolo apposito, dove ci aspetta il bassista Giacomo Guidetti del duo Ka. In molti sono costretti a casa, per via dei provvedimenti statali, per cui tempo per leggere, ascoltare musica e approfondire argomenti, non mancano. Noi ce la passiamo così... Buona quarantena a tutti <3


LABELSArtoffact Records http://www.artoffact.com
Artoffact Records è un'etichetta indipendente canadese, fondata a Toronto nel 1999. Tratta band di elettronica, concentrandosi sull'industrial, synthpop e darkwave, provenienti da tutto il mondo: Canada, ovviamente, Stati Uniti ed Europa, specie del Nord. Ci sono in catalogo altre band italiane mentre il nome di punta, uscito per Artoffact, sono gli Ohm, band capitanata da Chris Poland, chitarrista dei Megadeth.
https://www.facebook.com/artoffact/



INTERVISTA
1. Ciao Bruno, bentornato con gli OvO qui all'Electric Duo Project. Avevamo in programma di aggiornarci al rientro dal vostro tour, ma non così presto! Causa l'espandersi del contagio da Covid-19, siete stati costretti ad annullare gran parte del Miasma-tour: raccontateci la vostra esperienza, tra Milano alle soglie dell'istituzione della prima Zona Rossa e stato di cose all'estero. Mi giungeva notizia che in Francia ci consideravano esagerati in quanto a misure di sicurezza...
Stefania e Bruno a Tolosa:
il concerto si fa!
Sì, abbiamo tristemente dovuto mollare il tour quando ancora mancavano due terzi delle date, un vero disastro. Il 5 Marzo, quando abbiamo deciso di partire, c'era ancora un'informazione molto confusa, tanto è vero che quella sera i concerti in Italia si potevano svolgere regolarmente al di fuori delle ancora poche zone rosse (erano solo le aree di Codogno, Pesaro, qualche paese nel vicentino). Quella sera siamo partiti da Ravenna (dove viviamo) e siamo comunque andati al Blah Blah di Torino, senza suonare. La notte abbiamo appreso che anche la Lombardia era zona rossa. Il giorno dopo abbiamo iniziato un distopico tour in Francia. Mentre l'Italia diventava tutta zona rossa e partivano i divieti, noi eravamo in un Paese che non si poneva minimamente il problema. La gente si straniva se non baciavamo, abbracciavamo, stringevamo mani, quando chiedevamo ai promoter se la data era confermata ci dicevano "Certo, perché?". Uno si è addirittura scaldato: "Ho confermato tutto due mesi fa, perché me lo richiedete?". Abbiamo vissuto questa realtà in cui non si capiva dov'era la verità, non si capiva se fosse una cosa particolarmente circoscritta all'Italia. Poi però l'escalation è stata quotidiana, era impossibile, oltre che pericoloso per noi e per gli altri, andare oltre. Cominciavano a saltare date, si parlava di confini chiusi e quarantene per gli italiani. Abbiamo fatto l'ultimo concerto possibile in Belgio, l'ultimo in Francia. E poi siamo rientrati e ci siamo messi in quarantena. Il danno è incalcolabile, un anno di lavoro e di investimenti su questo album bellissimo e profetico che è Miasma... Ma torneremo più duri e determinati di prima, anche perché ora la lotta è quella contro il virus, ma dopo inizierà una lotta politica durissima, e per molti non sarà facile tornare alla vita.

2. Come avevate organizzato le tappe di questo Miasma-tour? Si trattava di locali storici, già sperimentati, dove vi attendeva un pubblico fidelizzato, oppure volevate aprire filoni nuovi? Inoltre: mi incuriosiscono sempre le trasferte nell'Est Europa, com'è l'esperienza live da quelle parti? C'è un pubblico più preparato per queste proposte estreme?
Molti locali sono stati scelti tra i nostri contatti storici, altri invece erano nuovi. Un bilanciamento tra l'affetto e la gratitudine per chi ci ospita da sempre, e la necessità di uscire dalla routine e scoprire posti nuovi. Abbiamo spesso suonato in Europa dell'Est, dalla vicina Lubiana fino a Ekaterinburg, nella parte asiatica della Russia. Le reazioni cambiano da Paese a Paese e da serata a serata, questa volta avremmo dovuto andare in Polonia, dove avevamo ricordi di concerti abbastanza selvaggi, Croazia, dove avevamo suonato poco, e posti come Slovenia e Repubblica Ceca dove invece avevamo suonato tantissimo in passato, creando un piccolo pubblico fidelizzato.

3. Miasma è stato pubblicato il 7 febbraio e in breve sono iniziati i primi casi di contagio in Italia. Non è che è stato proprio lui il ricercatissimo Paziente Zero...??? A parte gli scherzi... 'miasma', termine che ci evoca un qualcosa di subdolo e tentacolare, che ci avvolge e ci soffoca... immagino sia riferito ai tempi moderni e alla follia di questa società, è così? Quale il concept dietro l'album?
Esattamente quello che hai detto. Con in più un riferimento diretto al processo musicale. Durante la lavorazione del disco, che inizialmente avrebbe dovuto essere completamente elettronico, ci siamo sentiti avvolti da questo suono marcio, purulento, velenoso che stava venendo fuori. Era quasi denso e palpabile nella sua lordura, un livello sonoro che cercavamo da anni. Abbiamo sentito il bisogno di sottolinearlo anche concettualmente...

by Emil Foudelman photo
4. Il suono incredibile, frutto di questo mix, è unico e irripetibile. Si è definito negli ultimi album e con Miasma assistiamo alla sua apoteosi. Quali le novità tecniche per questo vostro nono lavoro in studio?
Non troppe in realtà. È più che altro un perfezionamento del lavoro svolto su "Abisso" e "Creatura", con una preproduzione basata su elettronica e batteria, su cui Stefania interviene in un secondo momento. Fondamentale poi l'apporto in studio di Giulio Favero, ormai al terzo album con noi. A proposito, proprio un pedale regalato da Giulio a Stefania ha segnato il nuovo suono di chitarra di questo disco.

5. A proposito di preproduzione... Il vostro atto compositivo parte dalla stesura di pattern di batteria sui quali lasciar poi liberamente lavorare Stefania, con chitarra e voce. Sembrerebbe quasi un approccio da 'band a distanza'... è una soluzione pratica per destreggiare al meglio gli impegni con tutti i vostri progetti musicali paralleli? I risultati sono comunque esaltanti!
Non è un rapporto da band a distanza. Anzi, viviamo a 100 metri l'uno dall'altra.. Ma è un discorso pratico, la preproduzione delle parti elettroniche richiede tempo, così come la fusione tra queste e la batteria acustica. Bruno ha bisogno di fare questo lavoro da solo, così come Stefania ha bisogno di far sedimentare queste bozze prima di iniziare a lavorarci.

6. Una novità è sicuramente la collaborazione con l'etichetta canadese Artoffact: dopo l'esperienza con gli amici della Dio Drone, vi siete rivolti ad esperti internazionali, cosa vi attendete da questa collaborazione? Inoltre, Bruno, da quando si è conclusa l'esperienza con la tua etichetta indipendente Bar La Muerte, per ogni nuova uscita discografica vi siete appoggiati a realtà diverse, sia nazionali che internazionali. E' un'idea precisa quella di voler sperimentare varie collaborazioni?
Dio Drone è famiglia per noi. Artoffact però è l'etichetta che meglio rappresenta i vari aspetti degli OvO in questo momento, oltre ad essere in ascesa continua. Il team che sta lavorando su "Miasma" è fortissimo. Non sappiamo cosa aspettarci, ma sicuramente abbiamo un grande supporto. I motivi che spingono una band a cambiare etichetta ciclicamente sono molteplici, ma credo che piacerebbe a tutti trovare un po' di pace da questo punto di vista, un'etichetta che supporti e cresca con la band per qualche anno, con un progetto a lungo termine.

7. Per presentarci l'album avete scelto di creare un videoclip dalla traccia di "Queer Fight", una "celebrazione della diversità e della rabbia positiva", come da vostra presentazione... riconoscersi nella propria diversità, qualunque essa sia, e celebrarla, è sicuramente un atto liberatorio, una fuga definitiva dal 'miasma' che ci circonda. E' questo il messaggio del brano? Parlateci un po' della creazione del videoclip.
Sì, riconoscere le proprie diversità, accettarle e poi rivendicarle, è un processo già non banale a livello personale e interiore. In più trova tuttora grandi ostacoli a livello sociale. La rabbia e la frustrazione che derivano da tutto ciò possono essere veicolate positivamente per cercare di sovvertire il sistema. Per il videoclip abbiamo trovato la splendida complicità di Mario/MaryLou e di Lele Marcojanni. Abbiamo girato tutto in un giorno alla palestra del Pilastro a Bologna. Un luogo simbolico da molti punti di vista.

8. Vent'anni di carriera e non sentirli: quale la formula di tale longevità?
La formula è quella di non fermarsi mai nella ricerca e nella curiosità, nonché un bisogno fisico di essere OvO che è difficile da spiegare a parole, ma è molto ovvio per noi. Non sarebbe proprio pensabile una vita senza OvO...

Grazie Bruno della tua testimonianza, porta un abbraccio alla cara Stefania. Non mi resta altro che augurarvi un buon proseguimento, e che il Miasma vi sorregga sempre! Anziché occultare, come sua natura... Vuoi lasciare una dichiarazione conclusiva?
Viviamo una strana epoca in cui abbiamo accesso a ogni tipo di informazione, al punto di non saper più distinguere il falso dal vero. Restiamo lucidi, restiamo critici, restiamo ribelli.
Viviamo una strana epoca in cui abbiamo accesso a ogni tipo di informazione, al punto di non saper più distinguere il falso dal vero. Restiamo lucidi, restiamo critici, restiamo ribelli.

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DISCOGRAFIA
Gli ultimi album degli OvO. Per la discografia completa, consultare Bandcamp

MIASMA 2020, Artoffact Records (Noise, Sludge, Elettronica)

1.Mary Die 2.You Living Lie 3.Queer Fight 4.Testin My Poise 5.Psora 6.Lue 7.L'Eremita 8.Sicosi 9.Incubo 10.Burn de Haus 11.Miasma



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CREATURA Lp 2016, Dio Drone (Noise, Sludge, Elettronica)

1.Satanam 2.Eternal Freak 3.Creatura 4.Matriarcale 5.Zombie Stomp 6.Buco Nero 7.Buco Bianco 8.Immondo 9.Freakout 10.Bell's Hell 11.March of the Freaks



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AVERNO/OBLIO Ep 2014 (Noise, Sludge, Elettronica)

1.Averno 2.Oblio






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ABISSO Lp 2013, Supernatural Cat (Noise, Sludge, Elettronica)

1.Harmonia Microcosmica 2.Tokoloshi 3.I Cannibali 4.A Dream Within a Dream 5.Aeneis 6.Harmonia Macrocosmica 7.Abisso 8.Pandemonio 9.Ab Uno 10.Fly Little Demon



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Articolo e intervista ad opera di Giusy Elle



sabato 22 febbraio 2020

196. RECENSIONE68: Natural Extinctions by The Haunting Green

LISTA RECENSIONI


Natural Extinctions è l'album di esordio del duo friulano THE HAUNTING GREEN. Sebbene si siano formati già nel 2012 e il primo Ep risalga a due anni dopo, i tempi d'attesa hanno datto i loro bellissimi frutti, in questo album di marzo 2019, riconosciuto dalla critica del settore come un piccolo capolavoro. Del resto come poteva essere diversamente? All'incedere lento del doom e a certe sonorità cupe, il chitarrista e compositore Cristiano Perin aggiunge sempre atmosfere toccanti, dense di emozioni, un mix di anima e cuore che non può lasciare indifferente l'ascoltatore dei più svariati generi musicali.

La compagna d'avventura musicale è invece Chantal Fresco, ligure naturalizzata friulana, che con il suo drumming personale confeziona alla perfezione gli input musicali di Cristiano. Il risultato è un insieme di linguaggi sonori, ben amalgamati in uno stile personale, che partono dal black metal atmosferico, fino a coprire tutta la gamma del post-genere (-core, -rock, -metal); se poi ci aggiungiamo influenze drone e ambient, si intuisce che la miscela può essere più che vincente.

Il Cacciatore Verde, nella mitologia nordica, era un essere in grado di coprire il divario tra la Natura Selvaggia e l'uomo evoluto, riportando quest'ultimo alle sue origini primordiali. In Natural Extinctions, concept album sull'argomento, si approfondisce questa tematica, tra speranza di successo e constatazione di quanto l'Uomo si sia messo al di sopra di tutto e di tutti, perdendo, con la propria arroganza, ogni possibilità di recuperare il lato più puro e primordiale che c'è in lui. Le conclusioni a cui giungono i due, sono purtroppo pessimistiche e senza speranza, nonostante -o forse proprio per questo- la grande sensibilità e saggezza dei compositori.

Lalbum è dedicato a Black Mamba, il rottweiller di Chantal e la mascotte della band, un essere che nella sua purezza faceva ancora da ponte verso quella Natura Selvaggia tanto decantata dal duo. Da non perdere il toccante elogio che ne fa la stessa Chantal in fase d'intervista (qui).

Dalla main track "Where Nothing Grows", nasce infine un bel video, scritto e personificato dalla stessa batterista che in questo progetto ha condensato tutto il concept del duo. L'album esce quasi un anno fa, per la canadese Hypnotic Dirge Records, e vanta collaborazioni del calibro di Fabio Cuomo (outro nella versione album di "Where Nothing Grows") mentre la ricca e splendida copertina è opera della sensibilità di una cara amica della band, Jessica Rassi del The Giants Lab.

Per la biografia della band, la ricca ed interessante intervista a Cristiano e Chantal e la presentazione della Hypnotic Dirge, rimando al nostro articolo appena pubblicato, mentre qui vi lascio all'ascolto di questo splendido Natural Extinctions, descritto con dovizia di particolari dal nostro recensore di fiducia Cesare Businaro. Come sempre: buona lettura e buon ascolto!


Video:
"Where Nothing Grows" (2019) https://www.youtube.com/watch?v=q46pxzi8r1I
"Our Days in Silence" (2015) https://www.youtube.com/watch?v=6qf9pZHKTcg
"Blind Me now" Live@Spazio Zero https://www.youtube.com/watch?v=2luthyO7z4Y


Contatti Band:
Fb / Bandcamp / Spotify / Youtube Channel


Natural Extinctions credits:
Scritto e suonato da The Haunting Green: Cristiano Perin (Chitarra, voce e sintetizzatore) e Chantal Fresco (Batteria, percussioni e cori)
Registrato, masterizzato e mixato @El Fish Recording Studio (Genova) da Emanuele Cioncoloni
Chitarra e basso registrati al YourOhm Studio da Marco Verardo
Cover art: Jessica Rassi (The GiantsLab
Pubblicato il 5 Marzo 2019
Formato: Cd digipack e vinile
Etichetta: Hypnotic Dirge Records (Canada)


Qui lo ascolti

Natural Extinction 2019
Hypnotic Dirge Records
(Doom, Black Metal, Ambient)

1. Lazarus Taxon
2. Natural Extinctions
3. The Void Above
4. Litha
5. Where Nothing Grows
6. Rites of Passage
7. Luminous Lifeforms


RECENSIONE
THE HAUNTING GREEN "Natural Extinction"
Lp 2019 Hypnotic Dirge Records

A giudicare dal logo “spinoso”, tanto fitto e aggrovigliato da risultarmi indecifrabile, se il loro nome non fosse riportato in stampatello anche sul dorso della copertina, mi sarei aspettato, non avendo mai ascoltato il duo di Pordenone, prima di metter mano al loro ultimo CD (e mi perdonino per questa mia lacuna), dell’insano e gutturale Technical Death-Metal, ma vedo dalla loro pagina su Bandcamp che i The Haunting Green (al secolo, Cristiano Perin, voce, chitarra ed elettronica e Chantal Fresco, batteria e voce), si autodefiniscono, principalmente, un più sofisticato (e presumibilmente di più larghe vedute), gruppo Black, Doom, Post e Sludge-Metal.

Si tratta di stili e sottostili, che pur con tutte le riserve mentali che si possono fare, rispetto a qualsiasi tentativo di etichettatura, mi rimandano, volendo attingere dal mio catalogo di preferenze musicali, ad esponenti quali Mastodon, Pelican, Sleep e Russian Circles, tanto per citare i nomi (almeno per me) più blasonati e che più spesso si alternano nelle mie playlist, se non agli Ahab, ai Dreamarcher o agli Omega Massif, a voler scavare un po’ più in profondità, ma in ogni caso a formazioni ben più articolate di un mero duo di chitarra/voce e batteria, per cui mi accingo all’ascolto del platter con una certa dose di attenzione e curiosità, soprattutto per come possa una formazione a struttura minimale, interpretare un genere fortemente caratterizzato dalle dimensioni “ciclopiche” delle sue trame sonore.

In realtà, il disco si rivela, fin da subito, spiccatamente orientato, non solo alla commistione fra i suddetti generi e sottogeneri, di cui il duo, senza affatto deficitare in termini di decibel e aggressività, si dimostra dalla prima all’ultima traccia un profondo conoscitore (ragion per cui, Natural Extinctions non deluderà certamente chi è già avvezzo alla materia), bensì alla loro reinterpretazione in chiave, per così dire, “sciamanica” o “tantrica”, per l’uso “ambientale” di certi synth e droni, che vanno a stratificarne la proposta sonora ben oltre gli strumenti principali della band.

E così, la prima traccia (“Lazarus Taxon”), totalmente strumentale, introduce la “classica” e dinamica alternanza (alle mie orecchie tipicamente Post-Metal), fra power-chord “monolitici” e crescendo in tremolo-picking, con arpeggi dal sapore orientale (anche per un sitar o qualcosa di simile in sottofondo), intrecciati a percussioni tribali, che sembrano voler “iniziare” l’ascoltatore a una sorta di rituale esoterico (le prime battute mi riportano alla “The End” dei mitici The Doors).

La title-track, a seguire, suona invece più d’impatto, virando “mastodonticamente” verso un più truce Sludge-Metal e “arando” un terreno più fertile per quella che è la prima delle quattro prestazioni canore del chitarrista su tutto il disco, le cui urla in stile Black (o Death-Metal) scandinavo (cfr., per esempio, gli Amon Amarth), ben si conciliano con le liriche, inneggianti – da quel che resta di un campo di battaglia (“…after so many battles…”) – all’inesorabile destino di un’umanità dilaniata dai conflitti, se non da se stessa (“…a lack of empathy is dividing us…”, “…there’s no hope to survive this time…”, “…we are a natural extinction…”): quasi come quiete dopo la tempesta, un intreccio di chitarre pulite e riverberate, affonda peraltro la veemenza “bellica” del riffing iniziale verso la sordità degli abissi marini, tingendo la proposta Black/Doom del duo anche di certo Nautik Funeral Doom-Metal di matrice teutonica (vi ritrovo, infatti, la stessa ricerca sonora dei sopracitati Ahab, maestri nel riprodurre la rifrazione del suono nell’acqua, soprapponendo effetti di riverbero a cascata).

Il terzo pezzo (“The Void Above”), cantato come il precedente e non meno pessimista di quello, nel preannunciare – come un cataclisma – quanto si profili all’orizzonte umano (“…in the crypts of your eyes something irremediable is coming…”, “…time is devouring us…”, “…and nothing good is going to be left…”), è forse il brano in cui la vena Black/Doom della band, con l’arpeggio “sabbathiano” che lo introduce, spicca maggiormente e il suo fragore dà ancor più risalto, per contrasto, alle sonorità Ambient della quarta traccia (“Litha”), la seconda strumentale: qui, su un tappeto di percussioni e idiofoni (o synth programmati per riprodurli), la band va persino ad esplorare il Neo-Folk dei Wovenhand, espandendo ulteriormente la sua proposta musicale; la traccia suonerà, nel prosieguo dell’ascolto, come una sorta di spartiacque.

Infatti, i tre pezzi a seguire, l’ultimo dei quali nuovamente strumentale, mostrano una band, per così dire, più riflessiva, in cui le tinte più estreme (e metallare) del loro caleidoscopio sonoro, lasciano spazio alla sinuosità di un Post-Rock più melodico, che a tratti mi rimanda ai Pelican di “City of Echoes”, sfociando –in coda alla quinta traccia, “Where Nothing Grows”– in un finale al pianoforte (“cameo” dell’amico Fabio Cuomo), che va ad arricchire ulteriormente la “tavolozza” del duo e così a svelarne, in conclusione, lo spessore artistico e la capacità di cimentarsi in “partiture” più complesse, rispetto ai cliché dei generi e sottogeneri sopra citati.

Quanto alle liriche, il tema di questa parte del disco, nonostante la vena più melodica, è non meno pessimista e catastrofico di quello narrato nei primi testi (“…this land has no mercy on us…”) e così la penultima traccia (“Rites of Passage”), introdotta da un arpeggio stratificato con un rapido delay, che va ad accelerare sensibilmente il ritmo di base – più blando e cadenzato – finora mantenuto dalla band, ci racconta finalmente il “passaggio” evocato e minacciato in precedenza (“…burning my ghosts…”, “…and my heart lingers in the wonder while flames burn the paths where I came from…”).

L’ultima traccia (“Luminous Lifeforms”), la terza strumentale, va a chiudere il cerchio aperto con la prima, sostanzialmente ribadendo il gusto “atmosferico” del duo e riproducendo le soluzioni stilistiche dei brani immediatamente precedenti, quelli più tendenti al Post-Rock, ma con l’innesto di un malinconico assolo di chitarra.

Cesare Businaro
7,5/10



Articolo ad opera di Giusy Elle